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L’Italicum in commissione, tensione nel Pd. Appello della…

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LEGGE ELETTORALE

L’Italicum in commissione, tensione nel Pd. Appello della minoranza: trattiamo

Oggi comincia in commissione Affari costituzionali della Camera la discussione generale sull’Italicum, che è già stato calendarizzato per l’Aula il 27 aprile. Entro i primi di maggio - è il timing dato dal premier e segretario del Pd Matteo Renzi e votato dalla direzione del partito il 30 marzo scorso – la riforma elettorale dovrà essere votata in via definitiva. E dunque senza le modifiche chieste dalla minoranza del Pd che costringerebbero a tornare in Senato, dove i numeri per la maggioranza sono risicatissimi. Dopo settimane di tensioni e ultimatun reciproci all’interno del Pd, dunque, inizia la vera resa dei conti sulla legge politica per eccellenza.

L’Italicum messo a punto da Renzi con il concorso di Forza Italia - almeno fino all’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale - rivoluziona infatti il sistema politico italiano spingendo, con l’introduzione del premio alla lista invece che alla coalizione, verso un bipartitismo di stampo anglosassone. A parte i capilista bloccati (le preferenze sono previste dal secondo in lista in giù), la minoranza del partito è sul piede di guerra proprio su questo punto: si chiede almeno che siano possibili gli apparentamenti tra liste tra il primo turno e l’eventuale ballottaggio nazionale se nessuna lista raggiunge il 40%. «Il sistema del premio alla sola lista – dice Alfredo D’Attorre, tra i bersaniani più “radicali” – non esiste da nessuna parte. Il ballottaggio nazionale è una cosa totalmente diversa dal doppio turno di collegio francese. Trovo assurdo che un tema così complesso come la riforma elettorale, strettamente legata alla riforma costituzionale che abolisce il Senato elettivo, sia ridotto a una specie di querelle interna al nostro partito e non sia possibile una discussione seria».

Ma il premier è determinatissimo ad andare avanti, e lo ha dimostrato nella direzione del 30 marzo ponendo ai voti il sì all’Italicum senza ulteriori modifiche. Come ha spiegato il numero due del Pd Lorenzo Guerini nell’intervista al Sole 24 Ore pubblicata ieri, l’Italicum così come è uscito modificato dal Senato lo scorso agosto è un punto di equilibrio che soddisfa, garantendo la governabilità e il superamento della frammentazione politica. Anche i capilista bloccati voluti a suo tempo da Berlusconi sono una soluzione che per varie ragioni alla fine convince il premier più dell’alternativa delle preferenze per tutti. Quanto al premio alla lista, Renzi e i suoi lo considerano una conquista storica per il Pd e per l’idea del partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria: mai più coalizioni eterogenee e rissose come quelle che hanno portato due volte al fallimento dei governi Prodi.

Insomma per il governo e per il partito renziano la questione è chiusa. Renzi ha messo una fiducia di fatto sull’Italicum, facendo intendere che un fallimento alla Camera porterebbe da parte sua alla fine della legislatura e del percorso riformatore. E la fiducia, quella vera, non è neanche esclusa dal governo anche se tra Palazzo Chigi e Largo del Nazareno sono convinti che il Pd e la maggioranza terranno e che non sarà necessario ricorrere a questo atto di forza.

A questo punto la domanda è: che cosa farà la minoranza? L’ex leader Pier Luigi Bersani, criticissimo su quello che chiama il combinato disposto Italicum-riforma del Senato, è arrivato addirittura a evocare la scissione («è Renzi che se ne deve far carico»). Di certo Bersani, così come D’Attorre e altri, non voteranno l’Italicum se non saranno apportate modifiche. La battaglia però sarà prima del voto finale, con gli emendamenti che saranno presentati in Aula e sui quali molto probabilmente sarà chiesto (non dalla minoranza del Pd) il voto segreto. Per l’intanto, come ha detto chiaramente ieri l’esponente della minoranza Andrea Giorgis, i contrari all’Italicum potrebbero farsi sostituire in commissione Affari costituzionali: «Se ci venisse chiesto di lasciare la commissione, io la lascerò». L’ipotesi dimissioni non è esclusa dallo stesso Bersani, anche lui membro della commissione assieme - tra gli altri - a D’Attorre e a Gianni Cuperlo. Ma ogni decisione è rimandata a dopo l’assemblea del gruppo prevista per l’inizio della prossima settimana. Intanto per scongiurare la rottura sono al lavoro le colombe: ieri è partita la raccolta di firme su un documento di Area riformista, la componente del capogruppo Roberto Speranza e ala a più dialogante della minoranza che chiede che il confronto rimanga aperto e punta a convincere il premier su un paio di modifiche. Oggi verrà reso noto il numero di adesioni che, solo se superiori alle 50, potrebbero creare problemi al percorso dell’Italicum.

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