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In vetta al Nanga Parbat, il sogno proibito di Daniele Nardi

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alpinismo

In vetta al Nanga Parbat, il sogno proibito di Daniele Nardi

Quanto si può arrivare vicini al sogno senza perdere lucidità e rischiare la vita? Quanto si è disposti a scommettere per un obiettivo accarezzato, sognato, desiderato, che rappresenta il massimo del successo sportivo, ma che si rivela all'ultimo inaccessibile? Sono domande decisive a cui Daniele Nardi, alpinista “anomalo” (nativo di Sezze, in provincia di Latina) ma con diversi Ottomila già scalati alle spalle, ha dovuto più volte dare risposta nel corso delle sue spedizioni sul Nanga Parbat himalayano, la nona vetta più alta della terra, che per molti scalatori si è rivelata letale, una vera “mangiauomini”.

Abile sia come alpinista che come comunicatore, Nardi racconta la sua esperienza di montagna “estrema” nelle pagine del libro “In vetta al mondo” (scritto con Dario Ricci), recentemente ripubblicato in versione ampliata dalla Bur Rizzoli.

In queste pagine l'autore racconta dei suoi esordi, di come è sbocciato e si è alimentato tenacemente il suo amore per la montagna che lo ha portato , a partire dal 2004, a diventare alpinista professionista con un sogno in particolare: compiere la prima scalata in invernale del Nanga Parbat in stile alpino (light and fast, in velocità e con equipaggiamento leggero, senza uso di corde fisse), scalando lo sperone Mummery, quello che costò la vita nel 1895 ad Albert Frederick Mummery, pioniere, appunto, di questo stile.

L'atleta laziale ha già più volte tentato di conquistare la vetta, e la terza parte del suo libro è proprio dedicata al racconto in presa diretta dell'ultima spedizione effettuata sulla montagna himalayana, lo scorso inverno. Pagine scritte in velocità dal campo base, che restituiscono l'atmosfera della sfida con quella che lui definisce la “Regina delle Montagne”, descrivendo benissimo la fatica, i rischi di congelamento, le forze che vengono meno, le difficoltà tecniche dell'ascesa, i rapporti con i compagni di cordata, i problemi dovuti al meteo, gli effetti collaterali della permanenza a lungo in alta quota.

Una spedizione faticosissima, durata mesi, e terminata a un soffio dalla vetta, con nuovi compagni d'avventura e per una via diversa da quella preventivata. Perché a un soffio? «Quando sei concentrato sull'obiettivo della vetta, non è così facile capire quando stai male, e non sei più in condizione di proseguire», confessa a posteriori Nardi, comunque convinto di aver compiuto la scelta giusta decidendo di rinunciare a causa dello stato di prostrazione psicofisica di un compagno di scalata pakistano. «Non voglio conquistare la vetta a tutti i costi, mi interessa di più aprire una via nuova utilizzando lo stile alpino: è questo che mi affascina di più». Certo, la sfida continua, e Nardi la tenterà nuovamente. Non subito, però: lo aspettano prima alcune scalate sugli Appennini e soprattutto due Settemila himalayani ancora inviolati.

Il segreto di questa determinazione feroce, quasi folle, quando per molti grandi dell'alpinismo il progetto Nanga di Nardi sembra irrealizzabile? «La conoscenza», risponde l'alpinista di Sezze: «Più conosci la montagna, più sei forte; prima di un'ascesa cerco di studiare, di capire, di prepararmi al meglio per essere pronto ad ogni evenienza. Non lascio nulla al caso. Alleno la determinazione con l'aiuto di un mental coach, che mi aiuta a visualizzare l'obiettivo, a osservare i problemi per essere poi libero di valutare al meglio le situazioni». E la paura? Come si domina a quelle altezze? «Con l'esperienza, che diventa appunto conoscenza quando ti aiuta a superare le paure e ti consente di ritentare la sfida».

Daniele Nardi (con Dario Ricci)
In vetta al mondo. Storia del ragazzo di montagna che sfida i ghiacci eterni
Bur, 288 pagine, 12 euro

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