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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2015 alle ore 06:36.

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«Una versione due punto zero» chiede Giuseppe Lo Presti, dirigente del ministero dell’Ambiente. Un comma a una legge che consenta alla Tirreno Power di aggirare il provvedimento di sequestro della Procura di Savona. «Ho i conati», dice scherzando, ma la norma si rende necessaria.

È uno dei particolari che emergono dalle carte dei magistrati liguri, nell’indagine sulla centrale elettrica Tirreno Power di Vado Ligure. Un procedimento che conta 87 persone iscritte nel registro degli indagati per disastro ambientale, omicidio colposo e abuso d’ufficio. Gli investigatori dei carabinieri del Noe seguono con attenzione le conversazioni dei personaggi coinvolti nella vicenda. Tra questi spunta anche l’allora vice ministro del Mise, Claudio De Vincenti (attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio) il quale non risulta indagato. Dalle intercettazioni ambientali salta fuori una conversazione che svelerebbe un presunto malaffare radicato in ambienti ministeriali. E così Lo Presti discute con i funzionari del ministero dell'Ambiente Antonio Melillo e Antonio Fardelli. Lo Presti parte dalla vicenda Ilva, finita a Taranto in un’indagine per disastro ambientale: «Ma poi ci siamo evoluti rispetto all’Ilva…e su…facci una versione due punto zero» di una norma che consente alle industrie di continuare a produrre pur in presenza di un atto di sequestro dell'autorità giudiziaria. Tuttavia «la norma sul sequestro» è brutta fanno presente. Per Fardelli «non è brutta. Ha già un precedente. Le disposizioni di cui al comma uno… trovano applicazione anche quando l’autorità giudiziaria abbia adottato provvedimento di sequestro sui beni dell’impresa e delle aree dello stabilimento…in tale caso i provvedimenti di sequestro…non impediscono…nel corso dei 180 giorni…l’esercizio dell’attività di impresa a norma del comma uno…Dai mettigliela…mettigliela».

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