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Questo articolo è stato pubblicato il 24 agosto 2015 alle ore 06:35.

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Il terzo record mensile consecutivo e il triplo rispetto a un anno fa: segnalano un’escalation gli ultimi dati Frontex sugli ingressi illegali dei migranti in Europa. Oltre 100mila in luglio e poco meno di 340mila nei primi sette mesi dell’anno, mentre se ne erano contati circa 70mila in giugno, 35mila nel luglio 2014 e 283mila in tutto il 2014.

Ma il fenomeno dei richiedenti protezione non sta solo crescendo quantitativamente: sta anche slittando verso nuove vie d’accesso, sottoponendo a un’inedita pressione umana altri perimetri europei (in primis Grecia, Italia e Ungheria) e sollecitando risposte e risorse - da parte dei singoli governi e della comunità europea e internazionale - che vadano oltre la gestione dell’emergenza e le iniziative spontanee di volontariato, privati, religiosi e amministrazioni locali. Peraltro la spesa pubblica destinata dall’Italia all’accoglienza non si discosta molto dal livello del 2011 (anno analogo al periodo attuale, per flussi e scenari internazionali), con pochi effetti quindi su criticità importanti: frammentarietà e carenza delle strutture, lungaggini burocratiche. Riflessioni, queste, che scaturiscono dallo studio realizzato dalla Fondazione Leone Moressa con il sostegno di Open Society Foundation sul sistema di accoglienza in Italia e nella Ue.

Nuove vie di accesso

Il primo aspetto evidenziato dall’analisi è lo slittamento dei flussi su nuove frontiere. «Se nel 2014 la rotta del Mediterraneo centrale (ossia verso le coste italiane) includeva oltre il 60% degli ingressi nella Ue, nei primi sette mesi del 2015 la quota è calata sotto al 30%», osserva Stefano Solari, direttore scientifico di Fondazione Moressa. «Risultano infatti raddoppiati (dal 18 al 39%, a 132mila) gli ingressi dal Mediterraneo orientale (in Grecia, Bulgaria e Cipro) e dai Balcani occidentali, principalmente verso l’Ungheria (dal 15 al 30%, a 102mila)». Lo dimostrano anche le cronache recenti sugli sbarchi sulle isole greche più vicine alla Turchia (Kos o Lesbo), gli assalti ai treni in Macedonia, il filo spinato lungo i confini ungheresi.

La parte del leone di questo movimento umano ora la fanno siriani e afghani, in fuga dall’instabilità dei loro Paesi, ma ciascuna rotta ha nazionalità prevalenti. Ad esempio, dal Mediterraneo centrale (partenza coste libiche, rotta Italia o Malta), che ora è la terza porta d’ingresso in Europa, sono arrivati in sette mesi oltre 91mila migranti, principalmente eritrei e nigeriani.

Dei circa 340mila ingressi in Europa contati da gennaio a luglio 2015, oltre 97mila (dato già aggiornato a 105.333 la scorsa settimana scorsa dal ministero dell’Interno, ndr) hanno riguardato gli sbarchi in Italia. «Si tratta dell’11% in più rispetto ai primi sette mesi del 2014 - precisa Solari - trend che lascia prevedere che a fine 2015 si supererà il record dei 170mila raggiunto lo scorso anno».

Accoglienza

Una volta soccorsi e approdati, resta però il problema dell’accoglienza dei richiedenti protezione. Attualmente sono circa 90mila i soggetti ospitati nelle strutture dedicate (Centri governativi, Cas, Sprar). Rispetto ai 60milioni di italiani residenti si tratta di una percentuale minima(lo 0,15%), ma che comunque necessita di un notevole impegno gestionale. «Molte sono infatti le criticità del sistema - sottolinea il rapporto - a partire dalla distribuzione sul territorio e dal sovraffollamento. La metà dei 90mila ospiti risiede ine cinque Regioni: Sicilia, Lombardia, Lazio, Campania e Piemonte. Un altro aspetto negativo è la frammentarietà, in quanto solo un quarto dei richiedenti asilo è ospitato presso gli Sprar (la rete di “seconda accoglienza”, dopo i Centri di primo soccorso e i Cara finalizzati all’identificazione, ndr). Per non parlare dei tempi di permanenza sia nei Cara (anche 12 mesi anziché i 20-35 giorni previsti dal decreto di istituzione, il Dlgs 25/2008) e l’attesa per il riconoscimento della protezione internazionale (anche 12 mesi anziché il mese dalla presentazione della domanda), la mancanza di politiche di integrazione».

Spesa pubblica

Ma se si considerano le risorse destinate alle strutture, non sembrano esserci molti margini di miglioramento. Secondo le stime del rapporto Moressa, la spesa attuale dell’Italia per il sistema accoglienza non dovrebbe scostarsi di molto rispetto a quella sostenuta agli inizi dell’emergenza migranti: circa 910 milioni a fine giugno 2015 contro gli 860 del 2011(120 per le strutture e 740 per l’emergenza Nord Africa). Quegli 860 milioni erano allora in linea - secondo uno studio dell’Enm (European Migration Network) - con quella di altri partner Ue, come Germania o Francia (inferiore però ai fondi messi in campo dalla Svezia). Alla stima dei 910 milioni a fine giugno 2015, Fondazione Moressa arriva partendo dalle somme a saldo del 2014 e moltiplicando il costo medio giornaliero teorico per il numero degli ospiti attualmente presenti nelle diverse tipologie di strutture(si veda la tabella nell’infografica a fianco). Questi 910 milioni per la gestione dell’accoglienza (che comprende stipendi a operatori, affitti e consumi) sono pari allo 0,1% della spesa pubblica nazionale complessiva (800 miliardi) e che ripartita sui 60milioni di residenti in Italia corrisponde a circa 15 euro a testa.

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