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«Ripartono le Ipo, ma la Tobin tax pesa sugli scambi»

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«Ripartono le Ipo, ma la Tobin tax pesa sugli scambi»

  • –Antonella Olivieri

È tempo di bilanci e di buoni propositi. Il 2015, che in Piazza Affari si è appena chiuso, è stato per Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana, un buon anno per le quotazioni e gli scambi sugli Etf (exchange traded funds), ma è stato un anno che ha risentito del peso negativo della Tobin tax, sia sull'equity cash che sui derivati.

«Molti investitori domestici non comprano più azioni italiane per non pagare le tasse – dice Jerusalmi – Il trading online è diminuito del 25-30%, traffico che si è spostato soprattutto sulle azioni tedesche o americane, ma anche spagnole e olandesi».

È il secondo anno di applicazione della tassazione. Come mai c'è stato questo
effetto ritardato?

In realtà in parte l'effetto negativo si era già visto lo scorso anno. E' difficile capire il senso di una tassa che penalizza chi investe nelle aziende italiane quotate. Oltretutto alcune stime suggeriscono che i minori introiti per i broker online e per gli altri operatori domestici siano tali da azzerare il gettito netto per l'erario.

Visto che c'è una proposta a livello europeo, che è diversa dalla nostra, non sarebbe meglio sospendere la Tobin tax in attesa di un'applicazione uniforme?

Sembrerebbe ovvio, ma non mi pare che questa saggia soluzione sia stata considerata. Tra l'altro l'introduzione di una tassa europea appare ancora lontana e potrebbe anche non vedere mai la luce.

Parliamo di quello che è
andato bene.

È andato molto bene Elite, tanto bene che abbiamo esportato la formula in tutta Europa. Al progetto, che serve ad avvicinare le imprese non quotate al mercato dei capitali, partecipano 320 aziende, di cui un centinaio provengono da 21 Paesi europei. Sta riscuotendo molto successo come strumento di aiuto alla crescita delle pmi: la Commissione europea ha inserito Elite tra le iniziative più importati della capital market union.

Poi vorrei ricordare che Montetitoli e' stato il primo depositario centrale tra quelli grandi a completare l'allacciamento alla piattaforma di settlement T2S della Bce per favorire il trading azionario crossborder nei tempi previsti mentre gli altri principali depositari hanno gia' annunciato dei ritardi.

Le nuove quotazioni?

Le ammissioni sono state 32, di cui 21 sull'Aim (il mercato delle piccole imprese), 10 sul mercato principale e una sul Miv (il segmento dedicato ai veicoli d'investimento). Tra l'altro Poste italiane è stata la maggior Ipo europea per dimensioni. In tutto sono stati raccolti 5,7 miliardi, vale a dire il doppio rispetto all'anno precedente. Adesso, il 4 gennaio si riparte con Ferrari.

Doppia quotazione, come Fca che però scambia più a Milano che a New York.

Sì, il 75% circa degli scambi viene fatto qui. Anche molti investitori Usa preferiscono comprare il titolo in Italia, perché costa meno e il mercato è più efficiente. Speriamo di avere lo stesso successo con Ferrari, la vera icona del made in Italy!

Prada invece resta a
Hong Kong?

Spero che prima o poi considereranno di entrare sul listino italiano. Intanto però c'è Valentino che sta pensando di quotarsi. E sempre nel campo della moda vorrei ricordare che Yoox ha comprato un'azienda britannica, Net a porter, creando il leader mondiale nel settore della vendita online di brand di lusso, con una capitalizzazione di mercato dell'ordine di 3 miliardi, ma è rimasta quotata solo a Milano.

Cosa c'è in cantiere ora
per il 2016?

Stiamo pensando di creare un mercato del gas con prodotti simili a quelli del mercato dell'energia elettrica. Poi sul mercato dei derivati vorremmo introdurre prodotti analoghi all'indice di volatilità Vix del Cboe, ma solo relativamente alle blue chip. Manterremo comunque sempre grande attenzione alle pmi.

Gli scambi però sono sempre concentrati sulle blue chip e in Italia mancano ancora i fondi specializzati in Pmi, che forse potrebbero aiutare.

Stiamo lavorando anche noi, insieme alla Consob e ad alcuni fondi pensione, per favorire la nascita di fondi che abbiano un orizzonte d'investimento non di breve periodo e siano perciò meglio orientati nei confronti delle pmi.

Con la fusione Milano-Londra sembra essersi esaurita la moda delle aggregazioni tra le Borse. Ne vedremo altre o non se ne parlerà più?

In realtà c'era stato un tentativo di avvicinamento Nyse-Deutsche Boerse che poi è saltato e lì si è fermato tutto. Ma io credo che le aggregazioni potrebbero riprendere da qui a qualche anno, perché si è sempre alla ricerca di una maggior efficienza.

Meglio le fusioni intercontinentali o le aggregazioni in area euro?

Dipende. In generale le fusioni all'interno dello stesso perimetro culturale sono più facili. A noi è andata bene, ad altre Borse meno. Penso a Euronext-Nyse: Parigi di fatto è stata fagocitata. Basti pensare che c'erano quasi mille dipendenti alla Borsa di Parigi, oggi non arrivano a 200. La ricerca di nuove partnership potrebbe far ripartire un movimento proprio da lì dove la combinazione non è riuscita.

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