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Vescovi e caso Marchini, bufera sulle unioni civili

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Vescovi e caso Marchini, bufera sulle unioni civili

  • –Manuela Perrone

ROMA

Il più è fatto: oggi alle 14 l’Aula della Camera voterà la fiducia posta ieri dal governo sul provvedimento che istituisce le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, senza la stepchild adoption. E al massimo domani, come aveva annunciato domenica Matteo Renzi, la legge andrà in porto, facendo calare il sipario su vent’anni di tentativi falliti e di polemiche. Che non si sono fermate, perché il fronte contrario alle unioni gay resta ampio: dalle opposizioni ai cattolici di tutti gli schieramenti, dal popolo del Family Day ai vescovi.

Ieri il segretario generale della Cei monsignor Nunzio Galantino ha criticato il merito e il metodo: «Il governo ha le sue logiche, le sue esigenze, probabilmente avrà anche le sue ragioni, ma il voto di fiducia spesso rappresenta una sconfitta per tutti».

La replica è arrivata dalla ministra Maria Elena Boschi, che ha parlato di «traguardo storico»: «Il governo ha detto da sempre che la fiducia su questa legge assumeva un significato politico perché la riteniamo un elemento fondamentale dell’agenda di governo». Bandiera di un esecutivo «delle riforme, ma anche dei diritti». Boschi ha citato anche il riordino del terzo settore, la legge sul “dopo di noi”, quella sull’autismo. Ma per Palazzo Chigi le unioni civili sono il tassello chiave, pure davanti all’Europa, che da tempo chiede all’Italia di provvedere. Una tappa troppo importante per rischiare tranelli nel segreto dell’urna che rispedirebbero il testo in Senato.

La ministra, da ieri delegata alle pari opportunità e alle adozioni internazionali, è stata bersaglio in Aula delle proteste delle opposizioni, che voteranno tutte no alla fiducia. E che hanno violentemente criticato l’azzeramento del dibattito parlamentare davanti a soli 380 emendamenti presentati e appena quattro deputati iscritti a illustrarli, dunque senza minacce ostruzionistiche. Lo dimostra il fatto che le questioni pregiudiziali e sospensive ieri sono state votate soltanto da Lega e Fdi, che le avevano presentate.

Il leghista Massimiliano Fedriga ha attaccato i deputati Pd: «Siete servi della gleba, applaudite Boschi pur di essere ricandidati». I Cinque Stelle, tramite Alessandro Di Battista, hanno stigmatizzato «la democrazia renziana» che bypassa la discussione. Sono lontanissimi i tempi in cui a Palazzo Madama si apprestavano a votare la legge, salvo fare retromarcia sul supercanguro. Ora affondano: «Hanno esautorato il dibattito al Senato solo per fare l’accordo con Verdini e Alfano». Persino dalla minoranza Pd emergono malumori. Il senatore Miguel Gotor concorda con Galantino: la fiducia alla Camera «è un nuovo errore che crea un pericoloso precedente».

Ma a Montecitorio ci sono comunque i numeri per approvare la legge. Nonostante le fibrillazioni e qualche no anche alla fiducia, i centristi di Ap si sono allineati. Il capogruppo Maurizio Lupi è stato chiaro: il testo è il frutto di «una buona mediazione». E alla fine voteranno sì , ma solo al ddl , anche i 32 deputati di Sinistra italiana e qualche esponente di Forza Italia.

Ad aggiungere sale alla giornata è stato Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma sostenuto da Forza Italia, che durante un forum all’Ansa alla domanda se celebrerebbe i matrimoni gay come l’ex primo cittadino Ignazio Marino ha risposto: «Non ho nulla contro il riconoscimento dei diritti civili, ma non è compito del sindaco fare queste cose per cui non celebrerò unioni gay se dovessi vincere le elezioni». Parole significative a meno di un mese dalle amministrative, un segnale netto all’elettorato moderato e cattolico. Scontato il vespaio di reazioni. E ancora una volta l’altolà è giunto da Boschi: «Ogni sindaco è chiamato in primo luogo a rispettare la legge e applicarla. Sono i primi cittadini e devono dare il buon esempio».

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