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Lavoro e malattia, ecco i Paesi dove il welfare è più generoso con i dipendenti

Un dipendente si ammala e chiede una settimana di congedo. Chi paga il suo stipendio? L’azienda presso cui lavora o il sistema di welfare statale? Dipende dal Paese. In Germania e Norvegia l’indennita di malattia è a carico dello Stato al 100% mentre in Irlanda e Francia si scivola all'estremo opposto: tutto a carico dell’azienda. Questo è il quadro che emerge da un report del portale britannico Vouchercloud sulle variazioni in Europa della sick leave pay: le “indennità di malattia”. In cima alla rilevazione spiccano modelli come quelli della Scandinavia o della Germania, accomunati da una copertura integrale (o quasi integrale) dello stipendio durante l'assenza da lavoro e da un elevato tenore dei redditi. I fanalini di coda? Oltre alle già citate Irlanda e Finlandia, spunta il Regno Unito: durante i periodi di assenza, l’assicurazione pubblica copre il 18,44% dello stipendio medio. L'equivalente di 305,7 sterline al mese (365 euro), contro una media europea che vede le buste paga per i periodi di malattia a quota 1.015,6 sterline (circa 1.215 euro).

I VOUCHERCLOUD SUGLI INDENNIZZI

Quanto variano le buste paga in Europa
Proviamo a vedere come funzionano le best practice indicate da Vouchercloud, ad esempio nel caso del mercato tedesco e danese. In Germania il welfare statale corrisponde il 100% del valore mensile per le prime sei settimane di malattia, per poi scendere al 70% nei periodi successivi e comunque fino all'eventuale ritiro. Nel caso della Danimarca è prevista una copertura del 76,56% di uno reddito medio che viaggia oltre i 37mila euro annui.

A fondo classifica, Vouchercloud individua i sistemi meno efficienti nei modelli di Irlanda, Finlandia e dello stesso Regno Unito. In Irlanda i dipendenti non sono pagati per i primi sei giorni di malattia e ricevono dall’assistenza pubblica il 12,04% del proprio stipendio (240 euro, un quinto della media europea). In Finlandia il totale di “waiting days” si allunga a nove giorni, per poi accedere a una retribuzione pari al 38,5% della media: 688 euro al mese, contro i 28.482 euro percepiti da uno stipendio annuo medio. Infine il Regno Unito, dove l'attesa dura tre giorni (i «qualifying days») e dà accesso alla retribuzione già indicata sopra: poco più di 300 sterline al mese - anche se è la stessa ricerca a sottolineare l'opportunità di «più redditizi» pacchetti di welfare aziendale.

LA CLASSIFICA DEI CONGEDI
A quanto equivalgono le erogazioni settimanali in Europa e nel mondo. Dati in sterline

E in Italia?
Nella Penisola, le indennità a carico dell'Inps scattano dopo il quarto giorno di assenza (i primi tre vengono considerati giorni di “carenza”) ed equivalgono a una copertura del 50% della retribuzione media giornaliera fino al ventesimo giorno di assenza e del 66,6% fino al tetto massimo consentito (180 giorni in un anno solare). La restante quota per arrivare al 100% dello stipendio viene versata dal datore di lavoro. Vouchercloud ha realizzato per il Sole 24 Ore un'analisi sulle retribuzioni dei dipendenti durante i giorni di malattia. Sulla base di uno stipendio medio annuo di 20.702 euro netti (dati Eurostat), la retribuzione per i periodi di malattia risulta essere pari a 1.353,59 euro su scala mensile: quasi 200 euro sopra la media Ue.

Perché gli indennizzi possono aumentare la produttività
Con qualche eccezione, i Paesi che brillano di più nella classifica Vouchercloud sono gli stessi che detengono alcuni dei primati europei per efficienza dei sistemi di welfare, bilanciamento vita-lavoro e tasso medio di produttività. Un caso? «In generale, i Paesi che fanno erogazioni più laute sono gli stessi che occupano i primi posti delle classifiche internazionali per efficienza del sistema di welfare e felicità sociale – spiega Ben Harrow, uno degli autori del report Vouchercloud – Non è proprio un caso, perché una buona politica sui congedi alimenta anche la produttività». In che maniera? Harrow sottolinea il collegamento diretto tra la possibilità di “staccare” dal lavoro quando se ne ha bisogno e una serie di vantaggi: qualità di vita più alta, minore rischio di indisposizione fisica e quindi un ritmo più intenso di produttività. Il nodo, a volte, possono essere i cosiddetti “waiting days”: se il lavoratore è disincentivato a richiedere un giorno di malattia perché non gode di copertura, dovrà attendere fino a che non si presenta l'occasione di un congedo più serio (e lungo). «Da alcuni dati che abbiamo analizzato, è emerso che i lavoratori che possono prendere anche brevi periodi di congedo tendono ad ammalarsi di meno e quindi essere più produttivi – dice Harrow al Sole 24 Ore – Viceversa, se sono costretti ad 'aspettare' rischiano solo di aggravare la situazione e a perdere più giorni di lavoro».

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