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L’Europa e la «zoppìa» mai corretta

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Attualità

L’Europa e la «zoppìa» mai corretta

Se non è proprio il Paese che ha sognato, di certo è il Paese per cui ha speso le energie e la passione di una vita. Da qualche tempo il presidente Ciampi, con l’incedere degli anni, aveva diradato i suoi incontri, quei colloqui al Senato preziosissimi per fare il punto sui più rilevanti argomenti di attualità.

Discorsi che spaziavano dall’economia all’Europa, faro di tutta la sua vita. Fino a sospendere nella parte finale della conversazione il giudizio, consegnando al suo interlocutore il compito di tirare le fila del ragionamento. Con lo sguardo proiettato al futuro, come quando ai tempi del governo Prodi, da ministro del Tesoro andava in giro per le capitali europee per convincere i diffidenti partner europei, tedeschi e olandesi in testa, che l’Italia ce l’avrebbe fatta a giocare la partita dell’euro fin dall’inizio.

Una scommessa vinta grazie al grande prestigio di Ciampi, frutto di molteplici rapporti personali intessuti nel corso dei decenni. «Come riuscii a rientrare dal deficit? Operando sulla spesa per interessi, che alimenta il debito, e che è esattamente il termometro della percezione dei mercati sull’affidabilità di un Paese». Già, presidente come dimenticare quel suo girovagare da «commesso viaggiatore» tra le capitali di mezza Europa e le piazze finanziarie con un foglietto in mano che registrava l’andamento dello spread e dell’avanzo primario! Sembrava una missione impossibile. «Quando avviai la manovra per ridurre di quattro punti in un anno, il 1997, la spesa per interessi, lo spread aveva raggiunto i 600 punti base. Una cifra impressionante, un divario che sembrava impossibile colmare. Riuscimmo a portare il differenziale a 40 punti base. Già sotto i 200 punti sui mercati a Londra ci fu chi brindò. Poi arrivammo al minimo storico. Fu un risultato straordinario».

Il miracolo Ciampi? «Al di là della mia persona, decisivo fu il segnale che riuscimmo a inviare ai mercati. Fu una manovra tutta improntata sulla fiducia». E qui siamo a uno dei concetti chiave, quel «sta in noi» che Ciampi ha ripetuto in molteplici riprese sia da ministro del Tesoro che da presidente della Repubblica. Perché la fiducia è un bene prezioso, va conquistato metro dopo metro. Lezione per i giorni nostri, che Ciampi spiegava così in una delle ultime interviste concesse al «Sole24Ore»: «Fiducia significa inviare messaggi chiari ai mercati. A quel punto si mette in moto quel fondamentale circuito virtuoso che attraverso l’abbattimento della spesa per interessi consente di ridurre stabilmente il deficit e il debito».

La cura Ciampi consentì di ridurre il deficit in un solo anno dal 6,7 al 2,7% del pil. Quando, il 2 maggio 1998, i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles fissarono le parità irrevocabili tra le monete nazionali e l’euro, Ciampi rievocò proprio con il nostro giornale i passaggi salienti di quelle settimane. Svelando un particolare. Nel corso del summit, un osso duro del calibro del ministro olandese delle Finanze, Gerrit Zalm prese la parola: «Ora signori desidero parlare in italiano per esprimere il mio apprezzamento al ministro Ciampi». Zalm si alzò e lo abbracciò. L’euro, l’Europa: un filo rosso lega la vicenda politica e umana di Ciampi alla costruzione prima di tutto di una vera, profonda identità europea. Per spiegare che un edificio così complesso non può reggersi solo sulla moneta, Ciampi conia un termine: zoppìa. Siamo ancora a quel punto, con un’Europa unita sotto il segno della moneta, priva di un governo comune dell’economia, e ora preda degli egoismi nazionali esasperati dall’emergenza migranti.

Per raccontarsi, qualche anno fa, Ciampi ha scelto un genere epistolare, un dialogo con un anonimo, giovane iterlocutore. Cosa significa essere giovani nel pieno di una devastante guerra mondiale? Cosa significa a vent’anni trovarsi a dover decidere, lui giovane sottotenente degli autieri, da che parte stare in quel drammatico 8 settembre del 1943? Quel giorno Ciampi era in licenza a Livorno. Gli italiani - ricorda - vennero abbandonati, l’esercito si dissolse. Lui, come tanti, fu costretto a “inventarsi” un comportamento, a prendere una decisione. Non ebbe dubbi a schierarsi dalla parte di chi era per la libertà, la democrazia e la solidarietà. Ma la risposta vera all’interrogativo è tutta qui: «Sta in te, giovane amico, prendere in mano il tuo futuro, non per portarti nel regno di Utopia, ma nella terra dove gli uomini si riconoscono tra loro».

Da quel 13 maggio del 1999, quando venne eletto presidente della Repubblica alla prima votazione, gli italiani hanno imparato presto a riconoscerlo come un “testimone” che apprezzava il valore profondo della libertà e della democrazia. Il secolo dei totalitarismi, dei due conflitti mondiali, dell’Olocausto e dei Gulag ha lasciato ferma nell’animo di chi ha vissuto quegli anni la piena percezione del compito che la storia gli ha assegnato. «Ogni generazione è anche il frutto di quanto le generazioni precedenti sono state capaci di insegnare». In Ciampi, cattolico per scelta e fede personale, laico per il suo ruolo istituzionale, convivono le ragioni di quella ricerca costante di dialogo e di confronto, che sono l’essenza dei valori propri della democrazia. Fin dall’inizio del suo mandato, Ciampi ha mirato «a rinvigorire la coesione nazionale», rivisitando con gli italiani la nostra storia, dal Risorgimento alla Resistenza in tutte le sue manifestazioni, alla Repubblica, alla Costituzione, valorizzando le specificità delle nostre realtà locali, componenti essenziali dell’identità nazionale. Democrazia è partecipazione, ma è anche rispetto delle regole. A partire dal settore cruciale dell’informazione, oggetto del messaggio inviato alle Camere il 23 luglio 2002. Come guida - ha detto nel suo discorso di insediamento - «ho la Costituzione, le nostre tradizioni democratiche, il giuramento prestato dinanzi ai rappresentanti eletti della Nazione, la mia coscienza». Il suo è stato un incessante appello a non chiudere mai la porta al dialogo. Regole semplici di comportamento, gli scontri frontali «non giovano a nessuno». Lo ha sperimentato di persona nella non facile convivenza con il governo Berlusconi. E poi quel rapporto speciale, profondo con Karol Wojtyla.

Centrali le sue riflessioni sui grandi temi dell’economia. Ad ogni tappa del lungo e appassionato viaggio in Italia, Ciampi ha rinnovato l’invito ad avviare nuove iniziative, «a investire nel futuro, ad affrontare l’avvenire con spirito creativo». Per far ripartire l’economia nazionale, occorre «suscitare la scintilla, lo scatto», e soprattutto non bisogna cedere alla sindrome del declino. Nessuno può sottrarsi alla vera sfida, che è quella di «fare sistema». Da essa dipende il successo di tutti, in un mondo estremamente competitivo.

Mai vuote e retoriche le sue riflessioni sull’Europa, costante - se mai - il richiamo agli ideali che dal Risorgimento giungono ai nostri giorni attraverso le intuizioni dei padri fondatori: da Benedetto Croce al Manifesto di Ventotene del 1941, primo embrione della nuova Europa, da Schumann, Monnet, De Gasperi e Adenauer, alla firma dei Trattati di Roma del 1957. E da allora, verso l’Unione economica e monetaria , per chiudere con la firma a Roma, il 29 ottobre 2004, del nuovo Trattato costituzionale.

Presidente, ma oggi l’Europa vede il dilagare dei populismi, disaffezione e distacco, e si fatica a ritrovare la strada della crescita dopo la stagione del rigore a senso unico. Non scherziamo - ci ha confidato in uno dei nostri ultimi incontri - l’euro é una scelta irreversibile. Bellissimo il suo invito, una sorta di commiato ancora una volta rivolto al suo giovane, anonimo interlocutore: «Più di novanta anni sono molti. Desidero invitarti – mio giovane amico – ad aguzzare lo sguardo acuto dell’intelletto e del cuore». «Cittadino italiano in terra d’Europa», ecco come di certo gli piacerebbe essere ricordato. Ma l’Europa sbanda, tra crisi dei migranti, un’unione bancaria incompleta, la Brexit, la Grecia tuttora in bilico. Ancora una volta «sta in noi», presidente Ciampi.

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