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All’asta i tesori di Everett Fahy

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All’asta i tesori di Everett Fahy

Everett Fahy non è noto al grande pubblico come alcuni suoi concittadini più illustri, da Man Ray a Grace Kelly a Noam Chomsky (il teorico della comunicazione), ma come loro subisce fin da ragazzo un’irresistibile attrazione per l’Europa. Ben presto lascia Filadelfia, città dove era nato nel 1941, per studiare storia dell’arte all’università della Verginia. Nel 1962 visita l’Europa con un viaggio premio e nel 1964 soggiorna a Firenze, nel cuore del Rinascimento italiano. Qui frequenta Villa I Tatti e studia nella grande biblioteca di Bernard Berenson, che era scomparso pochi anni prima, nel 1959; fa però in tempo a conoscerne la segretaria e amante, la mitica Elisabetta “Nicky” Mariano (1887-1968) che amministrò l’Istituto di Studi di Storia dell’Arte sul Rinascimento fino alla morte.

Tornato negli Stati Uniti Everett Fahy si specializza in pittura fiorentina del XV-XVI secolo – passione che ancora oggi lo occupa con immutata emozione - e si avvia a una folgorante carriera che culmina nel 1986 con la direzione del dipartimento di pittura europea del Metropolitan Museum di New York. Famoso per il suo “occhio” di attribuzionista, occupa la prestigiosa “poltrona” appartenuta prima di lui a sir John Pope-Hennessy. Nel 2009 lascia, però, l’incarico per solidarietà verso le nuove generazioni di studiosi: «Non potevo pensare di andare in pensione – dirà - fino a quando mi resi conto che la crisi economica avrebbe lasciato per strada tanti giovani promettenti. Sentii che non era più giusto per me, quasi settantenne, rimanere. Ciononostante il pensionamento mi colse di sorpresa».

Oggi la sua “sedia” al Met è occupata da Keith Christiansen, esperto di caravaggismo, ma Fahy non sta certo con le mani in mano. Brillante e instancabile, continua a studiare l’arte del Rinascimento italiano - di cui è considerato la massima autorità - e pubblica saggi dalle tesi anticonformiste e provocatorie. Come quello uscito nel 2010 sulla rivista italiana «Nuovi Studi», in cui attribuiva a Michelangelo giovane un dipinto che il Metropolitan aveva acquistato nel 1970 come opera della bottega di Francesco Granacci (1469-1543). Fahy sostenne che il dipinto, una tela di quasi tre metri di larghezza raffigurante la Testimonianza di San Giovanni Battista, non era tanto opera del pittore manierista fiorentino, quanto di Michelangelo Buonarroti in persona, che del Granacci fu intimo amico. Secondo Fahy, Michelangelo l’avrebbe realizzata a partire dal 1506, due anni prima di cominciare i lavori per la Cappella Sistina. Il Met acquistò il dipinto da Sotheby’s per 60mila sterline dell’epoca, pochissime se l’attribuzione di Fahy venisse accertata da tutta la comunità scientifica internazionale. Oggi un’opera di Granacci quota sui 450mila euro, mentre una di Michelangelo potrebbe facilmente superare i 150 milioni.

Ora una parte della collezione di dipinti antichi dello storico d’arte in pensione sarà messa all’asta da Christie New York il prossimo 26 ottobre. Si tratta di 46 lotti che un tempo arredavano l’appartamento newyorkese di Fahy, progettato da Mark Hampton; sono dipinti e disegni, miniature e stampe antiche databili dal XIV al XX secolo, messi insieme nell’arco di quarant’anni. Rivelano un gusto eclettico ed elegante e hanno stime molto accessibili, perché riferiti ad autori sconosciuti o a personalità eccentriche ancora da codificare. Ad esempio il San Pietro di un maestro senese vicino al grande Duccio di Buoninsegna è stimato 150.000-250.000$, mentre un disco di giada cinese intagliata quota 1.000-1.500$. La Fuga in Egitto del giovane Francesco Solimena, già del Museo d’Arte di Kansas, ha una stima di 10.000-15.000 $; mentre al miniaturista fiorentino Attavante degli Attavanti (1452-c.1525) è riferito il frammento di un lussuoso libro commissionato da papa Leone X de’ Medici e valutato 15.000-20.000 $.

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