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Nel nuovo Senato solo 100 seggi

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verso il referendum

Nel nuovo Senato solo 100 seggi

Dopo 70 anni il Senato della Repubblica, se il 4 dicembre gli italiani decideranno di promuovere la riforma costituzionale, si appresta a cambiare completamente volto. A cominciare dalla composizione. A Palazzo Madama siederanno 95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali - 74 consiglieri regionali eletti dai singoli Consigli regionali e 21 sindaci anch’essi eletti ognuno dal proprio Consiglio regionale di riferimento - e da cinque senatori che possono essere nominati dal presidente della Repubblica con mandato settennale.

La composizione del nuovo Senato
Essendo i nuovi senatori già consiglieri regionali o sindaci non percepiranno alcuna indennità propria, contribuendo anche per questa via al contenimento dei costi della politica citato anche nella scheda del quesito referendario. I senatori passeranno dunque da 315 a 95 (oltre a quelli di nomina presidenziale). La nuova Costituzione fa esplicito riferimento al «metodo proporzionale» con il quale i Consigli regionali dovranno eleggere i consiglieri-senatori al proprio interno. E questo vuole dire che, di norma, della delegazione regionale faranno parte anche uno o più consiglieri di opposizione. A garanzia delle opposizioni è stato poi evitato di prevedere la presenza automatica dei governatori nel Senato delle Autonomie, dal momento che attualmente a capo delle Regioni siedono quasi tutti esponenti del centrosinistra. Ma è facile immaginare che alla prova dei fatti la maggior parte dei governatori sceglierà di farsi eleggere senatore in modo da accrescere il proprio peso politico.

Elezione di secondo grado per i nuovi senatori
Il Senato delle Autonomie sarà dunque non elettivo, come fortemente voluto da Matteo Renzi, nel senso che l’elezione sarà formalmente di secondo grado. Tuttavia il Senato “non eletto” è stato fin dall’inizio dell’iter della riforma fortemente osteggiato non solo dalle opposizioni, ma anche dalla minoranza interna al partito del premier. La soluzione trovata in Senato in seconda lettura nel settembre del 2015 ha infine fatto in modo che tutto il gruppo democratico, compresi i “dissidenti” bersaniani, votasse compatto per la riforma. Eccola, la soluzione: nel testo della nuova Costituzione è scritto che i senatori saranno eletti di Consigli regionali «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi».

In attesa della legge ordinaria
Le modalità secondo le quali avverrà questa “scelta” saranno disciplinate da una legge ordinaria, ma il Pd ha già assunto come sua proposta da sottoporre al Parlamento quella dei suoi senatori Federico Fornaro e Vannino Chiti (curiosamente il primo è schierato per il No al referendum mentre il secondo per il Sì). Nel Ddl Fornaro-Chiti si prevedono addirittura appositi collegi e conseguenzialmente due schede per ogni elettore: una per il rinnovo dei Consigli regionali e una per la scelta dei senatori attribuiti alla Regione. In particolare, il territorio della Regione viene suddiviso in tanti collegi quanti sono i senatori da eleggere: in ogni collegio può essere presentato un solo candidato per ogni lista regionale, sul modello del sistema elettorale del Senato fino al 1992. Sulla base delle scelte espresse dagli elettori si definirà una graduatoria regionale e si attribuiranno - con il sistema proporzionale - i seggi eventualmente spettanti a ogni lista regionale; successivamente si stilerà la graduatoria interna di ogni lista regionale sulla base dei risultati ottenuti nei collegi.

Il modello Usa
Il Consiglio regionale, quindi, eleggerà i senatori-consiglieri prendendo atto dell’espressione degli elettori. Un po’ come accade negli Stati Uniti, dove i delegati eletti nei vari Stati “ratificano” la scelta del Presidente fatta dagli elettori. Si tratta di una soluzione originale che tiene insieme l’elezione formale di secondo grado del Senato delle Autonomie con la richiesta dell’opinione pubblica di poter partecipare direttamente all’elezione dei propri rappresentanti nelle istituzioni. Un po’ come accade negli Stati Uniti, dove i delegati eletti nei vari Stati “ratificano” la scelta del Presidente fatta dagli elettori.

Il nodo dell’immunità
Un’altra questione molto dibattuta durante l’iter parlamentare della riforma, e spesso usata come argomentazione contro dai sostenitori del No, è la questione dell’immunità parlamentare di cui godono i consiglieri-senatori a differenza dei consiglieri semplici (l’articolo 68 non è stato modificato). Tanto che lo stesso Renzi è stato tentato di toglierla, sapendo quanto l’istituto dell’immunità sia inviso all’opinione pubblica.
Ma, come abbiamo visto nelle precedenti tappe del nostro viaggio attraverso la riforma, al Senato delle Autonomie restano importanti poteri legislativi: dalle leggi di modifica costituzionale alla partecipazione in seduta comune all’elezione del Capo dello Stato. Togliere l’immunità ai senatori e mantenerla ai deputati sarebbe stata una incongruenza. Va comunque ricordato che l’istituto dell’immunità è molto cambiato dai tempi della Prima Repubblica, quando occorreva l’autorizzazione del Parlamento anche per aprire un’indagine. Ora, dopo la riscrittura del 93, l’immunità è rimasta solo per le misure cautelari, fermo restando l’arresto in flagranza e in presenza di una condanna passata in giudicato.

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