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Perché Ali ha cambiato l'America e segnato la storia

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il documentario sul re della boxe

Perché Ali ha cambiato l'America e segnato la storia

Muhammad Ali (Olycom)
Muhammad Ali (Olycom)

Il 17 gennaio 2017 Muhammad Ali compie 75 anni. Sì, compie, anche se il morbo di Parkinson l'ha mandato al tappeto il 3 giugno 2016. Perché Ali è vivissimo con il suo carisma, come testimonia il documentario “Da Clay ad Ali – La metamorfosi”, in onda su Sky Arte Hd il 17 gennaio alle ore 21,15 e online sul sito repubblica.it.

Il lavoro, scritto e diretto da Emanuela Audisio, ha sì i pugni di Ali, le corse di allenamento sul lungomare di Miami, le folle in delirio ma soprattutto racconta come e perché il più forte boxeur della storia ha preso a pugni le convenzioni, i luoghi comuni e la storia stessa, catapultando l'America e il mondo nella modernità.

Cassius Clay nasce a Louisville nel 1942, vince l'oro ai Giochi di Roma 1960, diventa campione del mondo dei pesi massimi nel 1964, aderisce alla Nation of Islam diventando Muhammad Ali. Urla al mondo “Sono il più grande, il più bello e il più veloce”; prega con Malcolm X e diventa musulmano; spaventa l'America quando si rifiuta di partire per la guerra in Vietnam. Usa lo sport per cambiare il mondo, per renderlo migliore. Questo spiegano le tante voci narranti nel documentario: dal fotografo della Magnum Thomas Hoepker al biografo Thomas Hauser, da Oliviero Toscani a Julian Schnabel, dalla fotografa Annie Leibovitz al regista William Klein, passando per Gianni Minà e Franco Nero, che lo frequentò a Los Angeles.

Spariglia subito con la conversione. Il suo è un gesto politico, come ricordano lo scrittore Furio Colombo e anche lo scrittore francese Alban Lefranc; è un rifiuto dell'immagine tipica dei neri d'America, come spiega lo scrittore Alain Mabanckou. Quasi spiazza la sua stessa gente, Ali, anche quando, primo nella storia, afferma la bellezza dei corpi di colore: «Era bello – dice l'ultima moglie, Lonnie Williams Ali – come una statua di Michelangelo». Era la rappresentazione stessa della bellezza, secondo i canoni della fotografa Annie Leibovitz: «Quando cerco la bellezza non mi interessa ciò che la gente sembra, ma ciò che fa».

Ali combatteva sul ring e nella vita: con la sua rabbia faceva il rapper; prima dei social network e di internet, aveva capito che i media sono un veicolo straordinario di pensieri e azioni. «Chi ha carisma – è il ritratto di Andrea Bocelli – è un grande comunicatore». E al suo popolo, ai neri d'America, Ali dà una fierezza sconosciuta fino ad allora. Diventa un simbolo, fino ad immolarsi da agnello sacrificale – lui, il più grande - nello stadio di Atlanta mentre accende, tremolante, il fuoco di Olimpia. Il più grande, anche quel giorno del luglio 1996.

Il documentario, con musiche di Remo Anzovino e Roy Paci, e con la voce narrante di Lella Costa, ci ricorda proprio questo: come Ali da squalificato, come Ali malato ad Atlanta, ognuno di noi, ogni giorno può affermare con la propria vita “Yes, we can”. È un dovere, è l'eredità di Clay diventato Ali.

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