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Regole comuni, contesti diversi: come l’Unione bancaria pesa in…

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Regole comuni, contesti diversi: come l’Unione bancaria pesa in Italia

  • –Morya Longo

A due anni dalla nascita dell’Unione bancaria europea (seppur zoppa della garanzia continentale sui depositi), tra i sistemi creditizi dei vari Stati del Vecchio continente restano ancora tante disomogeneità. Le normative si stanno oggettivamente uniformando (di questo va dato atto all’Europa), ma questo da solo non riesce a livellare davvero il campo da gioco tra le varie banche europee: le differenze, derivanti in gran parte dal fatto che ogni sistema Paese è diverso dall’altro, mantengono per alcune banche svantaggi competitivi. Purtroppo gli istituti italiani si trovano spesso in questa categoria. La domanda che bisogna porsi è: sono penalizzati per colpa dell’Europa (sia dal punto di vista normativo sia da quello della Vigilanza) o per un ritardo strutturale dell’Italia?

Probabilmente giocano entrambi i motivi. È vero da un lato che la Vigilanza europea appare spesso più severa sulle debolezze italiane (cioè i crediti deteriorati) e più accondiscendente con quelle di altri Paesi (come i titoli illiquidi o i derivati). Anche il Parlamento europeo chiede, su questo punto, maggiore parità di trattamento: se alle grandi banche tedesche fosse chiesto di svalutare in maniera draconiana i titoli “tossici” come accade per i crediti in sofferenza di quelle italiane, emergerebbero problemi anche in Paesi forti. Questo è probabilmente vero. Ma è anche vero che spesso in Italia è il sistema Paese a remare, in maniera autolesionista, contro le banche. E la crescente uniformità delle regole finisce in alcuni casi per diventare un boomerang.

Prendiamo, ad esempio, il fatto che ormai è stata uniformata e resa più stringente per tutti la definizione di crediti “past due”, cioè quelli in cui si manifestano ritardi nel pagamento. Questo sarebbe positivo in linea teorica, perché finalmente esiste una regola uguale per tutti in Europa per definire in bilancio questa prima categoria di crediti deteriorati. Peccato però che una decisione giusta come questa vada a penalizzare le banche di un Paese come l’Italia dove il peggior pagatore è lo Stato. Morale: la regolamentazione europea elimina una precedente asimmetria (quando ogni Paese definiva questa categoria di crediti a modo proprio), ma nei fatti finisce per svantaggiare un sistema bancario che vive in un Paese con un cronico ritardo nei pagamenti. Una normativa giusta, calata in un Paese con un problema, produce così effetti negativi.

Facciamo un altro esempio. Anche la definizione di Npe (cioè di credito deteriorato) è stata uniformata. Questo è positivo: da tempo l’Italia chiedeva maggiore livellamento europeo nella definizione dei crediti problematici. Peccato, però, che l’Italia sia un Paese dove la giustizia è lenta e dove la banca - a differenza di altri paesi come la Spagna - ha difficoltà a reimpossessarsi degli immobili pignorati senza svalutarli in una sfilata infinita di aste andate deserte. Questo ha l’effetto di deprezzare le garanzie immobiliari e gli stessi crediti in sofferenza più in Italia che in altri Paesi. Dunque a parità di normativa, le banche nel nostro Paese finiscono per essere penalizzate.

Discorso simile si può fare per i modelli interni, quelli con cui gli istituti creditizi calcolano la rischiosità dei loro attivi. Le diverse prassi nazionali hanno infatti permesso alle varie banche europee di prezzare in maniera difforme la rischiosità che hanno in bilancio. Alterando dunque la necessità di capitale tra banca e banca a tra Paese e Paese. Dato che in Italia poche banche hanno avuto la possibilità di aver modelli interni validati da Bankitalia, per il sistema Paese questa “arretratezza” si trasforma forse in un ulteriore svantaggio competitivo.

Questi pochi esempi (ma se ne potrebbero fare molti altri) dimostrano come una normativa giustamente uniforme, se calata in contesti diversi può nei fatti penalizzare alcune banche e favorirne altre. Ma qui la colpa non può essere imputata solo alla Bce: se la pubblica amministrazione in Italia paga con innumerevoli giorni di ritardo, non è certo colpa di Francoforte. Se la giustizia italiana è lenta, neppure. Però è anche vero - dicono alcuni - che la normativa dovrebbe tenere in conto degli effetti sostanziali che produce. Di chi sia la colpa è dunque difficile a dirsi, ma certo è che le banche italiane spesso risultano penalizzate nel contesto europeo per una Vigilanza più rigida o per un sistema Paese più problematico. E lo stesso discorso si può fare, fuori dal sistema bancario, per le imprese.

Detto questo, però, va dato atto che uno sforzo per uniformare la regolamentazione bancaria in Europa c’è stato. E ormai - a detta degli stessi banchieri - non ci sono più clamorose discriminazioni normative come fino a pochi anni fa. Anche le difformità che tutt’ora esistono non solo tali da creare effettive discriminazione. Prendiamo ad esempio il «danish compromise»: una regola (applicata per esempio dal Crédit Agricole) che permette di ridurre in certi casi l’impatto sul capitale della banca che possiede quote di assicurazioni. Dato che sono poche le banche che la applicano, si crea una disomogeneità. Ma probabilmente non una discriminazione. E così in altri casi. Insomma: l’Unione bancaria, almeno nella normativa, si sta realizzando, ma il sistema europeo è ancora lontano dall’essere omogeneo.

m.longo@ilsole24ore.com

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