Italia

Borsa, «scudo» anti-raider per i settori strategici

  • Abbonati
  • Accedi
(none)

Borsa, «scudo» anti-raider per i settori strategici

  • –Simone Filippetti

È una muraglia preventiva quella che il governo Gentiloni si appresta a costruire. Andrà a proteggere Piazza Affari dalle scorribande di raider e rendere più difficile (ma non impossibile perché in ogni caso non si può vietare il libero mercato) la vita di scalatori stranieri o possibili «colonizzatori». Gli interessi nazionali, nel mondo della finanza, non sono mai stati molto difesi, anche perché il capitale è globale per definizione e non ha passaporto: dall’alimentare, con Parmalat e Galbani finite a Lactalis; al lusso dove la lista di marchi conquistati è lunghissima, da Loro Piana a Bulgari (cedute alla holding francese Lvmh) passando per Valentino (che ha preso la via del Qatar); fino alle tlc, il settore più conquistato, lì non c’è rimasta più nessuna compagnia telefonica italiana.

Ecco dunque che, in ritardo, anche l’Italia cerca di darsi una rete di protezione. Il doppio modello di difesa, francese e americano, dovrà essere con sapienza calato nella realtà italiana: la norma anti scorrerie sulle scalate finanziarie entrerà nel disegno di legge concorrenza, ma avrà poi bisogno di un regolamento attuativo della Consob. Soprattutto, passerà probabilmente attraverso una ridefinizione dei «settori strategici» con un apposito Dpcm (decreto della Presidenza del consiglio).

Lo scudo governativo potrebbe partire proprio dalla telefonia. Telecom Italia ha destini intrecciati con Mediaset perché l’azionista è il medesimo, quel Vincent Bolloré che è anche il primo socio (industriale) di Mediobanca. Ma mentre sul colosso tv della famiglia Berlusconi il raider ha agito indisturbato (lo stesso ex primo ministro non si sarebbe mai immaginato una scalata in casa propria), e né la norma potrà essere retroattivo, è sulla compagnia telefonica, da 20 anni al centro di scalate e lotte di potere, che invece la misura potrebbe avere effetto. Con Vivendi al 24%, in realtà i francesi sono già entrati, ma il grosso del capitale è sul mercato.

Sorvegliata speciale, tra le grandi industrie, è Prysmian: la ex Pirelli Cavi, che fa condutture sottomarine per tlc ed energia, è un’azienda ad alto rischio geopolitico. E soprattutto una public company (il primo azionista è Tip di Giovanni Tamburi, ma con appena il 6%), facilmente contendibile. Il grosso delle società potenzialmente coinvolte dalla norma, però, è tutta la pattuglia di aziende pubbliche, che ricadono nei settori strategici: energia, in primis, e difesa. In Enel, il Tesoro ha una quota rilevante, il 23%, ma che non mette al sicuro da incursioni. Lo stesso in Terna, dove la Cdp detiene il 29,8%, e nella multinazionale della difesa e degli armamenti Leonardo (ex Finmeccanica), dove comunque lo Stato ha una quota un po’ più robusta, sopra il 30%. In tutte e tre queste aziende, però, il flottante è molto ampio. È destinata a non essere “blindata” nemmeno Poste: l’azienda pubblica è oggi controllata al 65% dallo Stato (tramite l’onnipresente Cdp) ma ha in cantiere una nuova tranche di privatizzazione.

Ricapitolando: per evitare nuovi casi Vivendi, e magari scongiurare assalti francesi condotti in modi “opachi” a Telecom Italia , si modificherà l’articolo 120 del Tuf (il testo unico della finanza) sulla comunicazione delle partecipazioni rilevanti per introdurre nuovi obblighi di trasparenza. Un soggetto che acquista una partecipazione in una società quotata «pari o superiore alle soglie del 10%, 20% e 25% del relativo capitale» «dovrà dichiarare gli obiettivi che ha intenzione di perseguire» nei sei mesi successivi. L’attuale testo dell’emendamento fa partire l’obbligo dal 10%, ma si discute per abbassarlo al 5%.

Un particolare da non sottovalutare dell’emendamento è il riferimento a quotate «operanti nei settori di interesse strategico». Nella dichiarazione bisognerà soddisfare cinque punti chiarendo: i modi di finanziamento dell’acquisizione; se si agisce da soli o in concerto; se si intende fermare gli acquisti o proseguirli nonché se si intende acquisire il controllo e, in tal caso, la strategia che si intende adottare e le operazioni per metterla in opera; le intenzioni per quanto riguarda eventuali accordi e patti parasociali; se si intende proporre l’integrazione o la revoca degli organi amministrativi o di controllo della società target. Informazioni da trasmettere a quest’ultima e alla Consob entro 10 giorni. Se nei sei mesi successivi intercorrono modifiche alle intenzioni esposte, occorrerà presentare una nuova dichiarazione.

A ogni modo sarà la stessa Consob a dettare con regolamento le disposizioni attuative precisando anche il contenuto degli elementi da fornire. E non sarà un dettaglio irrilevante, perché permetterà di capire quanto “statalista” potrà sembrare la norma agli occhi degli investitori. La misura ideata dallo Sviluppo si ispira al codice del commercio francese e al Securities Exchange Act americano e cade in un frangente storico complesso, dove riaffiorano sentimenti di nazionalismo economico, quando non protezionismo (vedi i paletti che proprio la Francia sta mettendo sull’operazione Fincantieri-Stx). Per capire fin dove si spingerà la norma anti-scorrerie sarà determinante la (ri)definizione dei settori strategici. La normativa sul «golden power» oggi include difesa, sicurezza, energia, trasporti, comunicazioni. Ma il governo starebbe studiando un possibile allargamento. Se ad esempio si includesse il settore finanziario - solo un’idea di alcuni tecnici per ora - la platea delle banche interessate sarebbe folta. La prima, per esempio, è Unicredit, che proprio nel fine settimana ha chiuso un aumento di capitale monstre da 13 miliardi di euro e l’istituto, già oggi ad azionariato diffuso (dove solo gli emiri di Aabar e il fondo Capital hanno più del 2%), diventerebbe un facile obiettivo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA