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Giustizia, il «centralismo» fa risparmiare il 25%

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Giustizia, il «centralismo» fa risparmiare il 25%

  • –Gianni Trovati

Per pulire gli uffici giudiziari di Oristano si spendevano più di 18mila euro al mese, mentre con la nuova gara ci si ferma sotto quota 7mila. A Genova la revisione degli affitti fa risparmiare 80mila euro all’anno, e da Torino alla Calabria le storie sono tutte simili. A raccontarle è una relazione del ministero della Giustizia che mette in fila i primi risultati della gestione diretta statale delle spese di funzionamento dei tribunali, fino al settembre 2015 delegate ai Comuni nella classica sovrapposizione pasticciona di ruoli all’italiana. I numeri, prima di tutto: un risparmio secco del 25% all’anno raggiunto, e questo è il punto, semplicemente unificando gli autori della spesa e i titolari dei soldi necessari a finanziarla.

Per capire la questione bisogna ricordare che cosa succedeva prima: la giustizia è una funzione dello Stato, ovviamente, ma le spese di funzionamento erano affidate ai Comuni sede dei tribunali, che poi chiedevano il rimborso allo Stato. Questo sistema, nato con legge 392 del 1941 quando il Paese era preso da ben altre urgenze, si è poi stabilizzato nei decenni, senza funzionare per nessuna delle parti in causa: né per lo Stato, che non aveva il controllo della spesa, né per i Comuni, che hanno incontrato difficoltà crescenti nel farsi rimborsare i costi da Roma fino a creare un maxi-arretrato finito anche al centro di battaglie giudiziarie fra sindaci e ministero. Giusto giovedì scorso è andato in conferenza Unificata un decreto di Palazzo Chigi che mette sul piatto 10 milioni all’anno per chiudere la questione nei prossimi 30 anni, ma i Comuni chiedono di più e annunciano che non ritireranno i ricorsi.

Il ritorno al centro delle spese di giustizia scritto nella manovra 2015 è stato deciso da Matteo Renzi d’accordo con l’associazione dei Comuni, e dopo qualche resistenza iniziale è stato portato avanti con decisione dal ministero della Giustizia che si è messo a rivedere i contratti per la pulizia, le utenze e la manutenzione dei tribunali. È bastato questo a far scendere da 300 a 225 milioni circa i costi annuali, con un taglio del 25% che rappresenta un risultato stellare rispetto a quelli ottenuti da altre più celebrate spending review. «È una storia piccola nei numeri assoluti ma grande nel suo significato - ragiona Luigi Marattin, consigliere economico della presidenza del Consiglio -, e va ringraziato il ministero della Giustizia di aver dimostrato come deve funzionare una reale revisione della spesa pubblica: per farla funzionare serve un piano industriale che riorganizza processi produttivi, e ha bisogno di tempo e di decisione nel portarlo avanti. E va detto che ora c’è la cornice istituzionale adatta per replicarlo negli altri settori».

A definirla è la «spending review strutturale», con i budget che da quest’anno ogni ministero è obbligato a elaborare per attuare la riforma del bilancio pubblico. Passa da qui anche un pezzo importante dell’aggiustamento da 3,4 miliardi chiesto dalla commissione europea, come ha ricordato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan nelle due lettere inviate a Bruxelles nelle scorse settimane per garantire l’impegno dell’Italia.

gianni.trovati@ilsole24ore.com

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