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Voucher solo a privati e famiglie, escluse le imprese

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Voucher solo a privati e famiglie, escluse le imprese

Si torna ai voucher “prima maniera”, utilizzabili quasi esclusivamente dai privati, ovvero dalle famiglie, con la re-introduzione del concetto di “occasionalità” (cancellato nel 2013 dall’ex ministro Enrico Giovannini). Per le imprese, invece, dopo la liberalizzazione operata nel 2012 da Elsa Fornero, dovrebbe scattare un divieto di utilizzo dei buoni (si sta discutendo se “salvare” dalla scure le aziende senza dipendenti - per tutelare alcune realtà del commercio, turismo e mondo dell’artigianato).

L’agricoltura manterrebbe alcune deroghe (vendemmia e raccolte stagionali). Il tetto massimo di reddito per i lavoratori resterebbe a 7mila (una parte della maggioranza punta a scendere a 5mila come era prima del Jobs act). Dopo le dichiarazioni del ministro Poletti (si veda Il Sole 24 Ore di giovedì) che ha annunciato forti limitazioni per le aziende, è proseguito anche ieri il lavoro dei tecnici di palazzo Chigi e del ministero del lavoro, per cercare una posizione comune sul tema.

L’8 marzo verrà presentata la proposta di testo unificato in commissione Lavoro alla Camera, dalla relatrice Patrizia Maestri (Pd). Prima di quella data, più precisamente lunedì 9, è prevista una riunione tra la stessa commissione e i tecnici di palazzo Chigi e del ministero del lavoro, per definire gli ultimi dettagli normativi. Non è escluso il ricorso al decreto legge del governo che garantirebbe tempi più spediti, in alternativa al Ddl che si sta preparando alla Camera.

La proposta finale dell’esecutivo potrebbe superare il referendum della Cgil (cancellazione tout court della normativa sul lavoro accessorio - non è ancora stata fissata la data per la consultazione popolare). Susanna Camusso, tuttavia, non si sbilancia: la decisione del governo «deve essere coerente con il quesito referendario», ha ribadito la numero uno del sindacato di Corso d’Italia.

Intanto, a livello politico si accende il dibattito: «Nella discussione in commissione - spiega il presidente Cesare Damiano (Pd) - c’è stata convergenza sull’uso prevalente dei voucher da parte delle famiglie, al massimo si può prevedere anche per le imprese individuali o con un addetto, con l’esclusione delle imprese strutturate e della pubblica amministrazione. Fatta eccezione per l’agricoltura in occasione della raccolta stagionale da parte di pensionati e studenti, e nella Pa per iniziative caritatevoli e manifestazioni di volontariato».

All’attacco Maurizio Sacconi (Ap): «Ministro e commissione Lavoro della Camera sembrano così angosciati dall’ipotesi referendaria da cancellare di fatto l’uso dei voucher senza nemmeno ritornare alla legge Biagi per i contratti di lavoro intermittente - ha spiegato -. Mi opporrò a questa deriva opportunistica nella seconda lettura del Senato. La proposta alternativa è molto semplice: liberare i contratti di lavoro intermittente, consolidare la tracciabilità dei voucher, limitarne l’uso entro un tetto più contenuto tra datore di lavoro e lo stesso lavoratore, proibirne l’impiego nell’edilizia».

Anche Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp (ex Isfol), pur condividendo una linea di rigore sui voucher, chiede che «al di fuori dei servizi alle famiglie o di altre attività veramente occasionali sia reso meno rigido il contratto di lavoro intermittente».

Del resto, sui voucher il Jobs act del governo Renzi ha già introdotto modifiche piuttosto restrittive: ne ha sancito il divieto nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere e servizi. E con il successivo decreto correttivo ha introdotto, da ottobre 2016, la piena tracciabilità dei buoni, prevedendo multe salate da 400 a 2.400 euro per ogni violazione. Un intervento che sta funzionando: a gennaio, secondo gli ultimi dati Inps, sono stati venduti 8,9 milioni di buoni, con un modesto incremento (3,9%) su gennaio 2016 (i livelli si stanno quindi stabilizzando); e anche le sanzioni, negli ultimi tre mesi dello scorso anno, ha reso noto l’Ispettorato nazionale del lavoro, hanno interessato appena 284 persone, a fronte di oltre due milioni di comunicazioni pervenute (in virtù del nuovo obbligo).

Per gli esperti il possibile ritorno al concetto di “occasionalità” è un passo indietro: «Si reinserirebbero formule generiche e ambigue rimesse all’incerta applicazione della giurisprudenza», è il commento di Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro all’università «La Sapienza» di Roma.

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