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Salvini fa asse con Zaia, Maroni sotto tiro

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Salvini fa asse con Zaia, Maroni sotto tiro

  • –Barbara Fiammeri

roma

All’indomani della sua riconferma a segretario della Lega, Matteo Salvini lancia un avvertimento: alle regionali del 2018 nessuna alleanza con i centristi di Alfano che sostengono il Governo, «neanche in Lombardia». Destinatario è anzitutto Roberto Maroni che oggi probabilmente sente meno sicura la sua ricandidatura alla guida della principale regione italiana nonostante i messaggi concilianti lanciati ieri all’indirizzo del segretario (« Farò in modo di convincerlo l’anno prossimo che il modello Lombardia e che la maggioranza che c’è funziona e ottiene risultati»).

È il primo effetto post-primarie. Il consenso ampio ricevuto dal segretario (82,7% su 8mila votanti, il 57% degli iscritti) non basta a turare le crepe nel Carroccio amplificate dal rischio scissione paventato da Umberto Bossi, che rivendica la matrice nordista del partito di cui si è fatto portavoce lo sfidante Gianni Fava, assessore di Maroni.

Il Governatore ufficialmente non ha preso posizione, ma in più di un’occasione non ha fatto mancare le sue critiche verso la svolta lepenista del segretario. Una posizione che ha trovato riscontro nelle urne delle primarie domenica: in Lombardia, che è anche la sua Regione, il segretario si è fermato “solo” al 78%. Risultato peggiore si è verificato in Emilia . Al contrario in Veneto, Salvini ha fatto il pieno dei voti (oltre il 90%) a conferma che l’asse con Luca Zaia è solidissimo. Il presidente del Veneto come al solito ha evitato di mischiarsi nella polemica interna ma ha dimostrato, numeri alla mano, di avere ben saldo il controllo del partito a casa sua. Tutt’altro che un dettaglio in prospettiva e che certamente Salvini non potrà ignorare. La cartina tornasole saranno i referendum per l’autonomia che si terranno ad ottobre proprio in Veneto e Lombardia. Di Zaia in molti parlano come di un possibile futuro candidato premier, capace di tener insieme il fronte lepenista salviniano e quello moderato di Fi nonostante il segretario di farsi da parte per ora non ci pensa proprio. Molto, ovviamente, dipenderà dalla legge elettorale. Salvini continua a sparare a zero contro il proporzionale di cui principale sponsor è Silvio Berlusconi, che ancora ieri veniva accusato dal leader del Carroccio di voler tenere «i piedi in due scarpe». Parole a cui il Cavaliere replica a distanza: «Se siamo uniti si vince, ma per essere uniti bisogna comportarsi l’un l’altro in maniera corretta ed educata» anche perchè quando sono venuti ad Arcore «i leghisti si sono trovati abbastanza bene».

Ma di qui alle politiche lo scenario è destinato a cambiare. La resa dei conti nella Lega è appena cominciata . Bossi per cui la svolta sovranista del segretario certificata dalla vittoria alle primarie coincide con «la fine della Lega»per ora non sembra intenzionato a rompere. Almeno così sostengono tanto Berlusconi che Maroni. «Bossi legga bene i numeri e ci aiuti nella battaglia, ma non posso mettere il guinzaglio a nessuno», risponde lapidario Salvini. La svolta per la Lega nazionale (anche se il segretario assicura che non ci sarà un cambio di nome) ormai può procedere spedita. E a chi come Maroni, all’indomani della sconfitta al ballottaggio di Marine Le Pen affermava che la svolta lepenista «si può considerare conclusa», il segretario appena riconfermato replica mostrando l’uscio («Io non caccio nessuno, ma la Lega d’ora in poi avrà una voce unica e chiunque dica qualcosa fuori posto si può accomodare fuori dalla porta»). Nessun j’accuse, ma il messaggio è palese e al Pirellone lo hanno avvertito forte e chiaro. Gli uomini vicini al segretario lasciano trapelare che «di scontato non c’è niente», che Maroni « farebbe bene a occuparsi della sanità della sua regione». Ma è anzitutto Salvini che mette in chiaro che tanto a livello nazionale che regionale «la scelta passa da me». Vale per le alleanze ma non solo.

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