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Berlusconi: «No a patrimoniali e aumenti Iva, flat tax al…

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intervista al leader di forza italia

Berlusconi: «No a patrimoniali e aumenti Iva, flat tax al 23%»

Silvio Berlusconi è a Palazzo Grazioli. A poche centinaia di metri, alla Camera, si è appena consumata la rottura del patto sulla legge elettorale. Il leader di Fi si mette subito al lavoro con il suo staff per la nota che di lì a poco verrà dettata alle agenzie e in cui invita i sottoscrittori dell’accordo, a partire dal Pd, a non accantonare lo sforzo di queste ultime settimane.

Presidente, Pd, M5s e Lega sostengono che a questo punto bisogna tornare quanto prima a votare...
Non è scontato, anzi paradossalmente quello che è accaduto nelle ultime ore potrebbe rendere più difficile riportare gli italiani alle urne con una legge elettorale condivisa ed omogenea, come chiesto dal Capo dello Stato. Questa non sarebbe una buona notizia. Io credo che gli italiani abbiano finalmente il diritto di scegliere da chi vogliono essere governati, dopo quattro governi di seguito non votati dagli elettori, e questo implica una legge che traduca senza distorsioni il voto dei cittadini in seggi parlamentari.

Ma il relatore di quella legge, il dem Emanuele Fiano, ha già detto che «è morta»!
Spero che prevalga il senso di responsabilità verso le istituzioni e verso gli italiani: un incidente parlamentare, per quanto deplorevole, su un emendamento che peraltro Forza Italia non condivide, non può giustificare il fallimento di una riforma che rappresentava un punto di equilibrio accettabile fra esigenze diverse. Il Partito Democratico aveva condiviso con noi questa esigenza: non un’intesa politica, anzi rimarremo sempre antagonisti, ma un accordo tecnico sulle regole, come è giusto in democrazia. Sarebbe sorprendente e contraddittorio se ora decidessero di azzerare il lavoro svolto fin qui, e di tornare al punto di partenza. Quanto al Movimento Cinque Stelle, se la loro non era solo l’ennesima operazione strumentale, se vogliono davvero ridare la parola agli italiani, dovrebbero assumersi la responsabilità di attenersi all’accordo raggiunto in commissione, rinunciando a proporre emendamenti che lo stravolgano. A queste condizioni nulla è compromesso, gli strumenti per correggere una votazione sbagliata non mancano. Senza questo soprassalto di responsabilità da parte di tutti, non so né quando né in quali condizioni potremo andare alle urne.

La legislatura comunque a febbraio si conclude,il problema è cosa succede dopo. Per quale idea di Italia e per quale priorità programmatica chiederete agli italiani di votare Forza Italia?
Amo l’Italia ma, come diceva Giovanni Amendola, l’Italia di oggi non mi piace. Ha problemi enormi da affrontare, come giustamente osservava nel suo editoriale il direttore Guido Gentili nei giorni scorsi. Per esempio la povertà, che riguarda poco meno di 15 milioni di italiani, fra cui 4.600.000 in condizioni di povertà assoluta, la disoccupazione, cresciuta di un milione di unità da quando abbiamo lasciato il governo nel 2011 (per effetto di un vero e proprio colpo di stato, l’ultimo dei cinque che hanno profondamente alterato la democrazia italiana negli anni recenti), l’emergenza dell’immigrazione incontrollata e quella, conseguente, della sicurezza. Per affrontare queste emergenze c’è chi propone ricette che aggraverebbero la situazione: una patrimoniale pesante, imposte di successione elevatissime, fino ad oltre il 50% dell’eredità, e ancora più pesanti tasse alla francese sulla casa. È la strada che attuerebbero i grillini se vincessero le elezioni. La strada del Pd invece è quella della continuità, su una strada di costosi fallimenti come quelli degli ultimi anni. E poi ci siamo noi.

E quale sarebbe la vostra ricetta?
La nostra idea è che l’Italia possa ripartire solo con una vera e propria rivoluzione, quella che intendiamo tradurre in atto appena sarà possibile tornare alle urne. Rinnoveremo profondamente la sua classe dirigente, a partire proprio dalla politica. Rilanceremo l’economia per creare nuovi posti di lavoro, grazie a meno tasse e a meno burocrazia. Conterremo l’immigrazione, come aveva fatto il nostro governo sino al 2011, pretendendo l’intervento dell’Europa attraverso dei trattati con tutti i Paesi africani sul Mediterraneo, affinchè, dietro compensi adeguati, controllino le loro coste fermando i migranti (e accogliendoli in apposite strutture per rimandarli poi nei Paesi di origine) e individuando le imbarcazioni adatte alla trasmigrazione per privarle delle eliche e di parti del motore. Esattamente quello che ottenemmo noi dal Colonnello Gheddafi. Risponderemo all’emergenza povertà con il “reddito di dignità”, mutuato dalle idee di Milton Friedman sull’imposta negativa sul reddito. Dovremo infine realizzare delle profonde riforme per eliminare l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria ormai insostenibili.

Domenica si tornerà a votare in Francia. I sondaggi indicano nuovamete un successo per Macron. Quanto pesa sul futuro dell’Europa il suo approdo all’Eliseo? E qual è secondo lei la priorità oggi per l’Unione?
La vittoria di Macron dimostra che il sogno europeo non è perduto, a patto che l’Europa sappia cambiare profondamente. Questo, oltre alla stipulazione dei trattati sull’immigrazione, è quello che chiederemo all’Europa: di riscrivere una carta fondante, che somigli più a quella di De Gasperi e di Adenauer e meno a quella dei burocrati di Bruxelles.

Il governatore Visco ha chiesto uno “sforzo eccezionale” in particolare sulla riduzione del debito pubblico, ipotizzando un avanzo primario del 4% per un decennio. È una proposta che condivide?
Ho stima del Governatore Visco, che con Mario Draghi è uno dei civil servant più autorevoli che il Presidente del Consiglio Berlusconi riuscì, vincendo molte resistenze, a collocare alla guida delle istituzioni finanziarie italiane ed europee. Quella che Visco propone è una strada suggestiva, ma come la si realizza? Certo non con un aumento della pressione fiscale, che vogliamo assolutamente ridurre. I tagli alla spesa sono doverosi ma difficili da realizzare se non attraverso profonde riforme di sistema che richiedono tempo. E allora, ferma restando la necessità irrinunciabile di risparmiare comunque il più possibile, la strada della crescita non ha alternative. Per favorirla bisogna anche creare condizioni attrattive per gli investimenti: meno tasse, meno burocrazia, più infrastrutture, più sicurezza, migliore legalità. Ma soprattutto bisogna cambiare politica fiscale: meno tasse sulle famiglie, sulle imprese, sul lavoro che producono più consumi, più produzione, più posti di lavoro. Con l’introduzione della flat tax, otterremo anche un maggior gettito per lo Stato con la quasi totale eliminazione della elusione e della evasione. È la ricetta vincente di Reagan che ha avuto successo dovunque sia stata realizzata. Puntiamo anche a una riduzione del rapporto debito/Pil sotto la soglia psicologica del 100% nell’arco di una legislatura. Ma senza alcuna imposta patrimoniale bensì attraverso la riduzione della spesa pubblica e degli interessi.

Il problema principale resta il lavoro. Confindustria propone l’azzeramento del cuneo fiscale per l’assunzione di giovani. Un governo di Fi lo porterebbe avanti?
Siamo naturalmente d’accordo. È in linea con quanto stava facendo già il nostro ultimo governo. Ma è solo un aspetto di un ripensamento radicale della riforma fiscale che consideriamo indispensabile con l’introduzione della flat tax.

Tentiamo una graduatoria: concorrenza e liberalizzazioni, investimenti pubblici, incentivi fiscali per sostenere lo sforzo delle imprese. Quali le priorità?
Concorrenza e liberalizzazioni, come gli incentivi fiscali, sono da sempre al centro della nostra visione liberale. Gli investimenti pubblici vanno bene, anzi sono indispensabili, alla condizione che siano davvero utili alla crescita e non politiche banalmente keynesiane in funzione anticiclica, che servono solo a creare qualche posto di lavoro in una visione assistenziale e a generare qualche commessa, magari con criteri clientelari.

Torniamo al lavoro: che fare dopo il Jobs act per favorire l’occupazione?
Premesso che il Jobs Act è stato un costoso fallimento, oggi la situazione dell’occupazione è drammatica. Il lavoro è una derivata, che dipende dalla crescita economica, che per creare nuova occupazione deve attestarsi almeno al 2%. Se, poi, le regole del lavoro sono efficienti, flessibili, meritocratiche e trasparenti ogni punto di crescita economica in più porta con sé la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre se le regole del mercato del lavoro sono rigide, desuete e inefficienti, ci vuole molta più crescita per produrre occupazione (è il concetto di “elasticità” del lavoro rispetto alla crescita). In momenti storici di crisi grave come quella attuale, pertanto, non basta rivedere le regole del mercato del lavoro. Serve uno shock economico.

Chiunque governerà dovra fare i conti con le clausole di salvaguardia: le sterilizzerebbe o utilizzerebbe quelle stesse risorse per rilanciare lo sviluppo? Qual è la vostra “filosofia” fiscale e di bilancio tenendo conto dei vincoli di finanza pubblica?
La nostra risposta è l’introduzione della flat tax, a un livello realistico intorno al 23%, verso il quale convergere progressivamente. È la tassa piatta, che dà il duplice vantaggio di abbattere il livello di imposizione su famiglie e imprese, e di semplificare radicalmente il sistema, eliminando, come ho già ricordato, sacche di evasione ed elusione. Molti Paesi l’hanno adottata, e ovunque genera crescita, investimenti, posti di lavoro, sviluppo. L’aumento dell’Iva andrebbe nella direzione esattamente opposta. Sarebbe una iattura per il Paese e va assolutamente evitato.

Presidente lei più volte ha garantito di puntare alla vittoria del centrodestra: ma per raggiungerlo non sarebbe più comprensibile allora presentarsi con un nuovo soggetto politico unitario come fu il Pdl?
Non credo. Il Pdl aveva senso in un quadro bipolare. Come centrodestra possiamo vincere insieme e governare insieme, come abbiamo fatto con successo per anni ottenendo risultati straordinari: la pressione fiscale sotto il 40%, la disoccupazione sotto la media europea, il blocco degli sbarchi di migranti. Abbiamo restituito un anno di vita ai ragazzi abolendo il servizio di leva, abbiamo salvato migliaia di vite con la patente a punti e i divieti di fumo, abbiamo realizzato l’Alta Velocità. Abbiamo realizzato 36 grandi riforme di sistema senza mettere mai le mani nelle tasche degli italiani. Continueremo quindi a governare insieme, ma non siamo la stessa cosa. Noi costituiamo il centro liberale con forti radici cristiane e fortemente radicato nella grande famiglia dei Popolari Europei. Quello che in tutta Europa è l’alternativa alla sinistra. Lega Nord e Fratelli d’Italia rappresentano con dignità altre culture ed altre sensibilità.

La legge elettorale - tanto il vacillante Tedeschellum che quel che resta dell’Italicum - prevede l’indicazione del capo della forza politica: ci sarà anche questa volta il suo nome nel simbolo?
In qualunque momento e con qualsiasi legge elettorale si andrà a votare il mio nome ci sarà certamente. E ci sarò in campagna elettoral, vergognosa e con un obbrobrio giuridico come la Legge Severino applicata retroattivamente. Da non credersi, ma l’hanno fatto davvero.

Lei all’ultimo congresso del Ppe ha incontrato Angela Merkel: qual è il suo giudizio sulla Cancelliera?
Quello di sempre: una statista, che fa giustamente e con forza gli interessi del suo paese, che non sempre si identificano con quelli dell’Italia. Ma questo non è colpa sua.

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