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Seneca, la versione di latino e la lezione di filosofia

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maturità 2017

Seneca, la versione di latino e la lezione di filosofia

Foto Ansa
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Quanti, fra gli studenti del liceo classico, hanno affrontato la seconda prova, ovvero la traduzione di un testo latino in italiano, sono stati chiamati a mettere in pratica tutte quelle norme del vivere quotidiano che la filosofia antica predica e raccomanda, da Epicuro a Lucrezio, dagli Stoici antichi a Seneca a Marco Aurelio. Il valore della filosofia si intitola infatti il brano di Lucio Anneo Seneca, tratto dalle Epistulae Morales ad Lucilium, che è stato proposto agli studenti: si tratta di un testo che mette in luce proprio il valore pratico del precetto filosofico, inteso quale un'utilissima guida che la nostra ragione ci offre nelle difficoltà continue, piccole e grandi, del vivere quotidiano.

La filosofia, dunque, non va affatto considerata quale astratta norma o speculazione fine a se stessa, bensì un “esercizio spirituale” – come lo chiamerebbe Pierre Hadot - continuo, fatto di piccole azioni e di innumerevoli riflessioni, volto all'acquisizione di quella “felicità”, che è da intendersi non in senso moderno, ma nell'accezione classica di eudaimonia, benessere psicofisico, lo stare bene con se stessi riuscendo a conquistare un equilibrio interiore malgrado innumerevoli siano gli sconvolgimenti esterni a noi, come sottolinea la metafora della nave che tiene diritta la rotta nella tempesta in pieno mare suggerita dal filosofo: «(La filosofia) crea e forma lo spirito, regola la vita, controlla le azioni, mostra ciò che va fatto e ciò che va evitato, siede al timone e mantiene la rotta attraverso i pericoli delle cose che si agitano (…). In ogni momento accadono cose imprevedibili che richiedono una soluzione, e questa dev'essere richiesta proprio alla filosofia». L'argomentazione di Seneca va in profondità, rispondendo alle eventuali domande del nichilista, che ritiene nullo il valore della filosofia di fronte alla spaventosa potenza del destino, o del religioso, il quale crede di dovere affidare a un dio e solo a lui le redini della propria vita.

Invece, è la filosofia la prima maestra, è lei che insegna ad affrontare il destino contrario, ad accettarlo con pazienza, a correre ai ripari per limitare i danni della malasorte. Sebbene, per il suo stile “moderno”, non fosse sempre amato dai grammatici antichi, la prosa di Seneca, con la sua forma paratattica, le sue minute e articolate sententiae, il suo tono colloquiale denso di variationes, riesce a penetrare come una lama nella mente di chi legge, imprimendogli il dettame dell'esercizio filosofico.

Esercizio di cui lo stesso Seneca si è avvalso, per ripararsi dai colpi a lui inferti dall'esercizio del potere, fintanto che è stato al fianco dell'imperatore Nerone: sembra che la filosofia gli sia stata davvero utile se - come racconta Tacito nei suoi Annales, opera storica nella quale il filosofo è ritratto intento in comportamenti cortigiani non sempre decorosi -, è riuscito ad affrontare la morte con il dovuto filosofico distacco.

Gli studenti avranno avuto gran consolazione nel leggere queste parole, oggi: mi sembra quasi di sentire le loro voci, mentre praticano la filosofia quotidiana, consigliando a un compagno in difficoltà con la traduzione di affrontarla riga per riga senza scoraggiarsi, sorridendo a fine mattinata per consolarsi di una traduzione che non è andata come avrebbero voluto, o ancora – chissà – esultando per avuto in sorte proprio un brano di Seneca da tradurre.

Il piacere di un lavoro ben fatto è uno dei pochi elementi sicuri, dalla filosofia antica alle neuroscienze di oggi, per ogni ricetta di una possibile felicità terrena. Magari capace di porci stoicamente al riparo dal catastrofismo ecologista delle tracce proposte ieri per la prova di italiano.

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