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«Strategia della tensione, patto tra cosche e mafia»

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«Strategia della tensione, patto tra cosche e mafia»

  • –Roberto Galullo

Un anno esatto dopo l’indagine Mammasantissima, che aveva cominciato a riprendere il bandolo della matassa dell’indagine “Sistemi criminali” archiviata il 21 marzo 2011 a Palermo su richiesta dell’allora pm Antonio Ingroia che l’aveva condotta, la Procura di Reggio Calabria è tornata ieri allo scoperto con un’indagine che continua a gettare una nuova luce sulle trame eversive e stragiste che attraversarono l’Italia a partire dal ’92.

Quasi mille pagine di ordinanza firmate dal Gip Adriana Trapani, che ha accolto e valorizzato la tesi della Dda reggina – procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e, dalla Dna, il sostituto procuratore nazionale Francesco Curcio – hanno ricostruito la “Cosa unica”, che entra in azione quando lo Stato deve essere prima destabilizzato e poi stabilizzato. Questo sono state Cosa nostra e ‘ndrangheta negli anni Novanta, quando la strategia della tensione ha portato alle stragi di Capaci e via D’Amelio.

La Dda di Reggio Calabria (il capo Federico Cafiero De Raho ha seguito tutti gli sviluppi) ha portato alla luce la tappa calabrese della strategia della tensione: l’omicidio dei carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994 e i due agguati che nei mesi successivi sono quasi costati la vita ad altri quattro loro colleghi. A sancire il patto tra mafie ci sono gli arresti dei presunti mandanti: Rocco Santo Filippone, elemento organico della cosca Piromalli di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Giuseppe Graviano, già capo del mandamento di Brancaccio, Palermo.

Che sia solo una nuova tappa di una complessa rivisitazione, da parte della magistratura reggina, della recente storia democratica lo si capisce non solo dal fatto che è stata perquisita la casa dell’ex numero 2 del Sisde Bruno Contrada (seppure non indagato vanno approfonditi i suoi rapporti con Giovanni Aiello, detto “faccia di mostro”, ex agente della Squadra Mobile di Palermo) ma soprattutto dal fatto che nel provvedimento, testualmente, si legge che i fatti «vanno piuttosto inseriti in un contesto di più ampio respiro e di carattere nazionale e nell’ambito di un progetto criminale, la cui ideazione e realizzazione è maturata non all’interno delle cosche di ‘ndrangheta...». Poco più in là si legge che «la matrice stragista appare il frutto di un accordo tra mafia calabrese e siciliana (...) finalizzata a rompere con la vecchia classe politica». Ma le due mafie erano le esecutrici. I mandanti erano altrove. Magari in quella “deviazione” degli apparati di sicurezza legati a Gladio e alla P2 di Licio Gelli, si legge nel provvedimento, che non potevano tollerare che i nuovi equilibri geo-politici mutassero i meccanismi di un sistema in cui erano prosperati.

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