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Soldi alla Libia in cambio del controllo sui migranti? Varvelli…

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IL MODELLO TURCHIA

Soldi alla Libia in cambio del controllo sui migranti? Varvelli (Ispi): è prematuro

Si può applicare alla Libia la stessa strategia che l’Unione europea ha applicato alla Turchia, ovvero soldi (e tanti) in cambio di un controllo dei flussi di migranti che attraversano i paesi del Sahel (Niger, Ciad e Mali soprattutto) e raggiungono la Libia, per poi sfidare il mare e raggiungere l’Italia? Per il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, non solo si può. Si deve. Per il ricercatore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) Arturo Varvelli è ancora presto. Prima il premier libico Fayez al Serraj deve raggiungere un controllo del territorio che allo stato attuale non ha. Solo dopo si può ragionare sull’opportunità di destinargli risorse economiche. Senza dimenticare che, nel momento in cui si delega a qualcun altro il compito di risolvere un nostro problema, ci si pone in una situazione spiacevole: quella di essere ricattati.

Il presidente del Parlamento europeo Tajani: sei miliardi anche alla Libia
La proposta è stata rilanciata dal presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, alla vigilia del vertice a 4 (Francia, Germania, Italia e Spagna) che si è tenuto ieri a Parigi. «L'Europa - ha detto Tajani - ha dato sei miliardi alla Turchia per chiudere la rotta balcanica. Ecco, è arrivato il momento di fare lo stesso con la Libia: diamo subito alla Libia sei miliardi di euro e poi investiamo in una strategia complessiva per l’Africa».

L’accordo del marzo 2016 con la Turchia di Erdogan
Il modello turco nasce nel marzo del 2016 quando Bruxelles raggiunge un accordo con la Turchia di Erdogan: in cambio di sei miliardi di euro, Ankara si impegna ad arginare i flussi di migranti che da lì in poi avrebbero tentato di raggiungere l’Austria e la Germania passando attraverso Grecia, Albania, Macedonia e Bulgaria.

Il rapporto dell’Unhcr: brusco calo dei migranti lungo la rotta dei Balcani
Oggi i numeri danno ragione alla scelta di allora. Stando al rapporto pubblicato il 25 agosto dall’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, il numero di rifugiati e migranti entrati in Europa nella prima metà del 2017 attraverso le rotte del Mediterraneo è fortemente diminuito se paragonato allo stesso periodo dell'anno precedente, in gran parte grazie a un calo del 94% del numero di persone che hanno attraversato il mare dalla Turchia verso la Grecia.

Il ricercatore dell’Ispi: ora è prematuro parlare di fondi alla Libia
La domanda a questo punto è: si può applicare alla Libia, paese che a sei anni dalla caduta di Gheddafi versa in una situazione di caos, il modello Turchia per il contenimento dei flussi? Varvelli ha qualche dubbio. Ricorda che l’idea di “esternalizzare” la gestione (e il contenimento) dei flussi di migranti non è nuova. Lo si è fatto, ricorda l’analista, con la stessa Libia ai tempi di Gheddafi e con la Tunisia. Il problema, continua il ricercatore, è che «se con Erdogan l’Europa si è sottoposta ai ricatti politici ed economici di una sola persona, Erdogan per l’appunto, nel caso della Libia il ricatto rischia di essere da parte di una molteplicità di referenti, in quanto il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, quello di Fayez al Serraj, è debole, non ha il controllo del territorio. Prima è necessario far sì che lo ottenga».

La questione è politica prima che economica
Non è, o non è solo una questione economica: «La Libia è un paese ricco - ricorda Varvelli-. La produzione di petrolio da parte del paese africano sta crescendo. Bisogna fare in modo che i proventi siano spartiti tra tutte le fazioni. Solo così saranno spinte a riconoscere l’autorità di Serraj. Le risorse europee, i famosi sei miliardi, potrebbero arrivare in un secondo momento.» Ma la coperta rischia di essere sempre corta.

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