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Nella Ue ius soli a «geometria variabile»

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riforma della cittadinanza

Nella Ue ius soli a «geometria variabile»

Dibattiti politici seri dovrebbero cominciare con un’analisi dei fatti e, solo successivamente, presentare proposte alla luce dei valori di cui le varie forze politiche si fanno portatrici. Questo non vale esclusivamente per provvedimenti di natura tecnica, ma anche per discussioni, come quella sullo ius soli (l’acquisizione di diritti di cittadinanza per nascita sul territorio nazionale), con una più forte componente culturale e, se vogliamo, emotiva. In questa sede vale forse la pena cercare di portare la discussione su quali siano i possibili effetti causali di un provvedimento come lo ius soli, per poi discutere se questi effetti siano o meno desiderabili.

CITTADINANZA E STRANIERI, PAESI A CONFRONTO
Indice composito sulla disponibilità di diritto di Ius soli e sanguinis, 2016. (Fonte: European Union Democracy)

Indice composito dello Ius soli
A riguardo, conviene ricordare che l’Ue al proprio interno mantiene prospettive completamente diverse sull’acquisizione di cittadinanza attraverso ius soli (lo ius sanguinis è invece generalmente adottato in tutta l’Ue). La figura riporta un indice composito sulla disponibilità di ius soli e sanguinis prodotto dal European Union Democracy Observatory. Si noti come nel 2016 l’Italia sia meno vicina a Francia e Germania di quanto lo siano Spagna o Portogallo e più vicina alla Svezia. Inoltre, raramente ius soli si manifesta come dimensione “o bianco o nero”. Ci sono gradazioni nella sua adozione.

Legislazione ed effetti sulle famiglie di immigrati
Oltreoceano, gli Stati Uniti riconosco pienamente lo ius soli (oltre lo ius sanguinis) nel quattordicesimo emendamento della loro costituzione. Un beneficio di questa grande eterogeneità istituzionale è la gamma di variazione nei dati statistici. Questo permette valutazioni quantitative di tipo quasi-sperimentale, interpretazioni causali coerenti tra paesi comparabili per livello di reddito. La Germania, ad esempio, ha introdotto la cittadinanza alla nascita per i figli di immigrati nati a partire dal 1 gennaio del 2000, a condizione che almeno uno dei genitori sia residente da almeno 8 anni. Il sistema precedentemente in vigore dava invece la possibilità di acquisire la cittadinanza solo al compimento della maggiore età, e sotto specifiche condizioni. È possibile valutare l’effetto di questo cambiamento di legislazione sui comportamenti delle famiglie e dei singoli comparando chi è direttamente interessato dalla riforma, il cosiddetto gruppo di trattamento, e chi invece non è interessato, pur essendo molto simile sotto tutti gli aspetti se non per dettagli casuali che ne determinano l’esclusione dalla riforma (per esempio, per la mancanza di un mese di residenza all’introduzione della policy), il gruppo di controllo. Attraverso questi esperimenti naturali, vari ricercatori, tra cui Ciro Avitabile dell’University of Surrey, Irma Clots-Figueras dell’Universidad Carlos III di Madrid, e Paolo Masella dell’Università di Bologna, hanno mostrato in maniera statisticamente rigorosa come la riforma abbia favorito l’integrazione delle famiglie immigrate misurata attraverso la propensione a socializzare attraverso visite reciproche con famiglie tedesche o a leggere quotidiani in lingua tedesca. Inoltre, la riforma ha prodotto una riduzione nella fertilità delle donne immigrate, al contempo migliorando la salute dei figli, misurata attraverso una minore incidenza dell’obesità, e riducendone i problemi comportamentali e di socializzazione.

La propensione all’integrazione
Altri studi mostrano come, a seguito della riforma, vi sia una maggiore propensione da parte delle famiglie immigrate ad iscrivere i bambini all’asilo e ad iscriverli precocemente alle scuole elementari. Inoltre, si riducono le differenze tra immigrati e nativi nella scelta della tipologia di scuola superiore. Uno studio di Christoph Sajons dell’Università di Friburgo mostra come l’aver dato ai figli la cittadinanza alla nascita abbia ridotto la propensione delle famiglie migranti ad emigrare dalla Germania, per esempio per tornare nel paese di origine, sintomo di un processo di integrazione meglio riuscito e proficuo. I ricercatori tedeschi Christina Felfe, Martin Kocher, Helmut Rainer, Judith Saurer e Thomas Siedler hanno dimostrato in uno studio del 2017 come le migliori prospettive di istruzione associate a diritti di cittadinanza riducano la discriminazione e aumentino l’integrazione dei giovani maschi di seconda generazione, fattori determinanti nell’abbattere l’incidenza di crimine. L’esperienza di altri paesi europei ci pare particolarmente istruttiva in questo dibattito sulle conseguenze dello ius soli. Illumina su come la sua introduzione aiuti nella socializzazione di una nuova base di cittadini, lavoratori e, nella stragrande maggioranza dei casi - non dimentichiamolo - contribuenti.

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