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Destra e sinistra, pragmatismo e ideologie

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Destra e sinistra, pragmatismo e ideologie

  • –Montesquieu

Mentre il movimento cinque stelle prosegue la sua marcia in nome dell’autosufficienza, interessanti manovre si registrano nelle aree un tempo tradizionali di centrodestra e centrosinistra. Studiare l’una e le altre rende possibile, anche nella perdurante incertezza sulla futura legge elettorale, prefigurare il senso della imminente diciottesima legislatura.

Quanto all’autosufficienza dei cinque stelle, se ne vede qualche effetto nei comuni governati, in primo luogo la capitale. Si tratta di un isolamento non solo dal resto della politica, ma dalla dirigenza e dalla cultura nazionali, per cui le difficoltà derivano – più che dalla qualità dei futuri uomini di governo, a prima vista non dissimile da quella degli altri partiti del tempo - dal vuoto di collaborazione in termini di competenza tecnico istituzionale. Vuoto che già constatiamo a Roma, con un balletto surreale di assessori, dirigenti e collaboratori: all’apparenza autolesionistico, in realtà dannoso per i governati.

A destra e sinistra, termini usati ormai per convenzione, succedono cose istituzionalmente, oltre che politicamente, meritevoli di studio. Da un lato, in sintesi, sembra prevalere il pragmatismo assoluto che definisce la destra italiana degli ultimi venticinque anni, quella nata nel 1994 dall’intuizione berlusconiana: rigetto delle ideologie tradizionali, si punta direttamente al “profitto”, sul modello aziendale. Per cui, tutti assieme, anche quando c’è incompatibilità palese. Un tempo, tra separatisti e nazionalisti. Oggi, tra europeisti ed euroscettici, e non solo. L’esito delle elezioni siciliane decideranno del futuro di quell’impostazione rispetto al “piano B”, che il vero capo di quell’area, imprenditore di grande successo, ha previsto. In alternativa, assieme al governo con gli avversari di sempre, o quantomeno, un buon rapporto con chi governa: al minimo, modello Fiat dei primi decenni del dopoguerra. Da qui, le opzioni fin qui vaghe in materia di sistema elettorale da adottare. Gira e rigira, a destra lo stratega è sempre uno e uno solo.

Se si inseguono istinti masochistici, conviene girare lo sguardo verso sinistra. Se il pragmatismo della destra punta al risultato pieno, vincere, con corposa subordinata, l’“ideologismo”, che sopravvive a sinistra alla fine delle ideologie, è attratto da un obiettivo minore: pur di fare perdere i possibili alleati, perdere tutti.

Quattro, grosso modo, i soggetti in campo. Due partiti non comunicanti, e due generosi e disinteressati mediatori. Partito democratico (di Renzi) ed ex partito democratico (di D’Alema e Bersani), nel primo blocco; Romano Prodi (impaziente, per via della lunga esperienza) e Giuliano Pisapia, nell’altro.

La scissione doveva portare, tra gente lungimirante ed elettoralmente ambiziosa, a sostituire una coabitazione insostenibile con una civile collaborazione politica, con fini di governo. Case separate, liti ridotte. A limare le divergenze, i due mediatori, senza ambizioni personali: uno, Prodi, ha impersonato il centrosinistra,in particolare il mitico “Ulivo”: quasi un simbolo della resistenza al berlusconismo, con eccellenti risultati, non solo elettorali. L’altro, Pisapia, gentiluomo fin qui estraneo e non incline alla litigiosità d’area , è ancora all’opera, tra chiari e scuri. Un giorno crocifisso per un abbraccio di cortesia, un altro a sua volta abbracciato come leader della sinistra. Sapremo presto se sarà centrosinistra ampio, o un piccolo, procelloso arcipelago. Il massimo, in quest’ultimo caso, per lo stratega del centrodestra, che potrà scegliere se stravincere con il piano A, o non perdere con il piano B.

La sinistra italiana non perde i suoi vizi: la componente scissionista, moderata nella gestione del vecchio partito democratico - soprattutto per gli antiberlusconiani di viscere e professione -, sembra a momenti attirata dal vecchio profilo protomovimentista dell’ultrasinistra. La parte rimasta pd, quella renziana, dal momento della conquista del partito, è affetta da strabismo verso destra, indifferente al ruolo frenante delle inclinazioni clientelari dei movimenti lì appositamente collocati.

In questo quadro, Pisapia da solo o Prodi e Pisapia nel migliore dei casi, hanno davanti a sé una apparente “missione impossibile”. Al successo del loro sforzo, ed alla discrezionale valutazione del leader dell’altro fronte, si lega la fragile possibilità di un impianto almeno tendenzialmente maggioritario del sistema elettorale. Che le ultime, vaghe notizie, danno in ribasso.

montesquieu.tn@gmail.com

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