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Elena Cattaneo: «Lottare per marginalizzare la cattiva accademia»

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L’intervista

Elena Cattaneo: «Lottare per marginalizzare la cattiva accademia»

Elena Cattaneo - Imagoeconomica
Elena Cattaneo - Imagoeconomica

Che cosa si deve fare quando le università, luogo deputato alla formazione della futura classe dirigente di un Paese, vengono contagiate dalla corruzione e i migliori studiosi, quelli che riescono, si spostano all'estero? Ne parliamo con la senatrice a vita Elena Cattaneo, scienziata di fama internazionale, cofondatrice e direttrice di UniStem, il Centro di ricerca sulle cellule staminali dell'Università di Milano, dove è ordinaria dal 2003.

Professoressa Cattaneo, che cosa pensa dell’inchiesta fiorentina?
Non conosco tutti gli aspetti dell’inchiesta e la giustizia farà il suo corso, ma comprendo bene la frustrazione di chi, avendo subìto un torto, scelga di denunciare quanto ha vissuto. In tema di reclutamento universitario non c'è margine per nessun accordo accademico che vada oltre le competenze del candidato e le “recommendation” che docenti e studiosi sono spesso chiamati a esprimere per presentare studenti e giovani ricercatori meritevoli ai colleghi di altre Università o Enti di ricerca italiani o stranieri.

Che fare allora di fronte a comportamenti come quelli che emergono dagli atti dell’inchiesta?
Credo che ci sia da lottare per marginalizzare fino all'ininfluenza la “cattiva accademia” figlia del noto familismo amorale. Chiunque sia destinatario di denaro pubblico è responsabile, personalmente e verso la collettività, del proprio comportamento. Non si può, infatti, disporre delle risorse per interessi diversi da quello di fornire ai cittadini la “migliore ricerca” possibile, identificata su basi competitive a valle di un confronto leale, trasparente e competente.

Non è una aspettativa troppo onerosa, se a denunciare devono essere i ricercatori più fragili, all'inizio della propria carriera?

La libertà propria della scienza e dell'insegnamento, conquistata a caro prezzo dai padri fondatori, va difesa ogni giorno, anche oggi, da ciascuno di noi. La difesa di questa libertà passa dai nostri comportamenti nell'arginare i deragliamenti di quanti per interesse personale inquinano la ricerca e tradiscono lo statuto morale del ricercatore e del metodo scientifico.
Da semplice, ma le assicuro mai “fragile”, ricercatore, mi sono trovata anche io a ricorrere, con alterne fortune, alla giustizia e alle denunce pubbliche per segnalare spartizioni amicali di fondi pubblici o bandi scritti per alcuni ricercatori o contro altri. Simili storture devono essere sempre segnalate, anche per ribadire l'impegno pubblico per la trasparenza, che deve essere scolpito nella natura di ciascun ricercatore. L'essere destinatari di risorse pubbliche non ammette deroghe, in ogni aspetto della propria attività. Il dibattito in corso deve diventare un'occasione per riaffermare l'etica e l'orgoglio della responsabilità pubblica insita nello studiare, per conto e a beneficio di tutti i cittadini, cose complesse, affascinanti, utili.

Esiste un collegamento tra fuga di cervelli e corruzione universitaria?

Mi immagino che il ripetersi di casi simili concorra a scoraggiare un giovane che si affacci al sistema della ricerca italiana con idee e progetti da sviluppare. Ma mi auguro che nessuno si scoraggi e che anzi questa sia una ulteriore occasione per affermare che le cose possono e devono cambiare. È anche probabile che un altro motivo che spinge un numero elevato di aspiranti docenti o studiosi italiani a lasciare il Paese sia l’assenza di attenzione concreta e continuativa alla ricerca, la scarsità dei fondi che negli ultimi venti anni la politica ha riservato alla ricerca nel suo complesso. I laboratori sopravvivono con le briciole, fanno miracoli, raggiungono comunque risultati importanti che collocano l'Italia in ottima posizione in ambito scientifico, nonostante tutto. I nostri giovani valgono, e sono ben preparati dalle nostre Università. Ci deve essere valore quindi! E ora c'è un giro di boa ad attenderci e sarà una prova per l'intero sistema ricerca: la ministra Fedeli quest'anno ha annunciato un finanziamento da 400 milioni per i bandi dedicati alla ricerca di base. Se ai finanziamenti si accompagneranno anche criteri idonei a garantire la migliore allocazione di queste risorse, premiando la libera competizione tra le idee, superando i conflitti di interesse e garantendo la dovuta trasparenza, spero si riuscirà a riconquistare la fiducia dei nostri ricercatori. E anche a far sì che, con le ricerche finalmente finanziate, tra qualche anno, sia possibile contare su un maggior rientro di fondi europei in Italia, conquistati da gruppi italiani sempre più competitivi.

Quali interventi potrebbero ridurre al minimo il malcostume delle baronie?
Questi episodi, sempre inaccettabili, si verificano quando chi gestisce risorse pubbliche lo fa come se fossero soldi propri, dimenticando che invece sono beni di tutti, il cui utilizzo ha il solo fine di produrre benefici per i cittadini. Serve una vigilanza adeguata, con controlli e sanzioni da parte di ogni istituzione coinvolta sui risultati che produce ogni erogazione di denaro pubblico, con particolare attenzione al rispetto degli obblighi di trasparenza per chi lo gestisce. Mi rattrista vedere come questi episodi finiscano per oscurare quanto di buono c'è nella ricerca italiana.

È solo una questione di rispetto delle regole (che l’Italia non ha nel proprio Dna) o strutturale?
Forse si tratta anche di una sorta di mortifera “indulgenza culturale” cui in Italia si è purtroppo abituati e che porta a non sanzionare, anche a livello reputazionale, adeguatamente chi assume queste condotte. Lo stesso vale per gli altrettanto gravi episodi di violazioni della “science integrity”, cioè la manipolazione dei risultati scientifici degli studi, o per la gestione amicale di fondi pubblici. Bisogna lavorare a tutti i livelli perché un po' più del rigore dell'etica protestante, per citare Max Weber, possa fare ingresso nei luoghi di lavoro del Paese, Accademia inclusa.

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