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Pastorin, memoria e poesia di un calcio fatto di passione

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«lettera a un giovane calciatore»

Pastorin, memoria e poesia di un calcio fatto di passione

Innamorati del pallone come siamo, vorremmo che la vita scorresse lasciando intatto tempo e poesia, il profumo buono di certe facce non da fotografo e senza tatuaggi social, abbondantemente demodé e forse improponibili ai giorni nostri. Come prenderne atto e non sprofondare nella retorica della nostalgia? Ci prova Darwin Pastorin nel suo ultimo lavoro letterario, “Lettera a un giovane calciatore” (Chiarelettere editore).

Una pregevole opera di memorie dolce-amare che riassume l'evoluzione (involuzione) di un calcio che forse ha perso la bussola dell'epica, ma certo non l'indelebilità della storia, la passione, il senso che accompagna inesorabilmente tutti, spettatori e protagonisti, in un centro di gravità permanente ancora (e per sempre) immaginifico e primordiale. Il calcio è ancora di molti. Di chi lo “sente”, di chi macina chilometri e magie nei campetti di periferia con il treno che passa dietro alla porta. E questo è il punto di partenza, probabilmente anche di arrivo. Ed è anche la certezza dell'autore del libro, di chi ama incondizionatamente il pallone, i suoi ingredienti.

Come il “Giovane calciatore” a cui lo scrittore si rivolge. Uno dei tanti, non ancora un campioncino, uno che sta inseguendo i suoi sogni in quel limbo tra il tutto e il niente. “Volevo rimettere in ordine i ricordi e riflettere sul football di oggi, su cosa è diventato”, scrive Pastorin nell’introduzione. “Se davvero la «legge» del marketing ha sotterrato la «poetica» del dribbling, se il denaro ha davvero preso il sopravvento sull'epica. Possiamo ancora parlare di «gioco», oppure è giunto il momento di smetterla con il romanticismo da figurine? E non potevi che essere tu il mio interlocutore, Giovane Calciatore. Perché è ai giovani che bisogna passare la propria esperienza e conoscenza”.

La ricetta del libro (e non solo) è proprio questa: la poesia da non dimenticare, da raccontare con il verbo al presente. Poesia che il libro narra attraversando le contrapposizioni del football, le stesse della vita. Con la passione sempre viva, verticale, talvolta proiettata nei rigagnoli del quotidiano. Come nella Napoli degli anni ’80, gli anni “giusti”. Quando Diego Maradona era la faccia di un golfo in amore, unico, invidiato, cantato da Pino Daniele, teatralizzato nella genialità semplice di Massimo Troisi. Maradona, si legge nel libro, era e resterà il Borges del calcio. “Non saprei più che aggettivi usare per descriverlo, per narrare le sue gesta; per tanti bambini napoletani è stato Sandokan e il Corsaro Nero, Superman e Spiderman, tutti insieme. Molti di loro sono stati battezzati con il suo nome. Non ti devi stupire, Giovane Calciatore, per il mio entusiasmo e per la follia di una città intera: nei giorni di Diego il mare e il cielo di Napoli erano ancora più azzurri”.

L'opera di Pastorin si divide tra l'allegria bella e dannata del campo (ma esiste un campo, ci insegna la poesia di Arpino Me grand Türin, che supera qualsiasi altro per la sua leggenda, la sua storia, la sua memoria ferita e la sua ricostruzione: il Filadelfia del Grande Torino) e il pianto di un bambino rimasto solo, in uno stadio vuoto. È il bimbo tifoso della Chapecoense, la squadra brasiliana vittima della sciagura aerea del 28 novembre 2016. Nella lista dei ricordi da portare nella memoria, tanti uomini, partite, battiti accelerati, senza le quali non saremmo stati gli stessi. Da vincitori e vinti. Come quell'indimenticabile 5 luglio 1982 a Barcellona, giorno della Partita delle Partite, la gara che rappresentò la svolta del Mundial di Spagna, vinto nell'incredulità generale dai ragazzi di Enzo Bearzot. La partita “impossibile”, ovvero contro il favorito Brasile, al caldo tropicale del Sarriá di Barcellona.

Fu un'impresa omerica, contro quell'orchestra di artisti e sognatori, nei quali praticava calcio di fino il dottor Sócrates, uno che giocava a testa alta, con movenze lievi, e usava il colpo di tacco per spiazzare gli avversari. Socrates, laureato in medicina, impegnato in politica, era leader del Corinthians, squadra che negli ultimi rigurgiti della dittatura darà vita proprio in quegli anni alla «Democrazia Corinthiana». Cioè il tentativo di un club autogestito, dov'erano i calciatori, come in un collettivo socialista, a decidere chi doveva giocare, chi andare in panchina. Quei giocatori invitavano il popolo a non farsi più sfruttare, a partecipare all'elezione diretta del presidente della Repubblica. Sócrates, in quella magica estate ‘82, era dunque un simbolo, non solo nel futebol. Era un personaggio scomodo, ingombrante, intelligente.

Darwin Pastorin racconta il loro incontro avvenuto a Montevideo, Uruguay, un anno prima del mondiale spagnolo.“Vidi Sócrates un pomeriggio, seduto ai piedi di un albero, all'ombra, che leggeva un saggio di Karl Marx. Rimasi stupito: nel calcio? Lui mi spiegò che era di sinistra, che si batteva per un Brasile senza più disuguaglianza e miseria, che l'America Latina non doveva più essere il cortile degli Stati Uniti. Prima di salutarci, mi chiese un favore: «Sono un estimatore di Antonio Gramsci, per me il più grande italiano di tutti i tempi. Ti lascio il mio indirizzo di casa, ti dispiacerebbe mandarmi le Lettere dal carcere? Vorrei leggere quel testo in lingua originale». Pillole di un mondo lontano, forse irripetibile. Comunque da tramandare, da raccontare a un giovane calciatore.

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