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Più capitale nei bilanci delle imprese

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Più capitale nei bilanci delle imprese

  • –Cristiano Dell'Oste

L’Ace per il rafforzamento del capitale aziendale. I maxiammortamenti sui nuovi investimenti. La detassazione Irap del costo del lavoro stabile. Gli incentivi per le assunzioni. Sono quattro delle misure fiscali di cui si è parlato di più negli ultimi anni, ma hanno funzionato davvero? Mentre la legge di Bilancio inizia il suo percorso in Parlamento – il testo arriverà nei prossimi giorni in commissione Bilancio al Senato – i conti aziendali dell’ultimo triennio permettono di gettare uno sguardo sull’effetto di diverse agevolazioni varate negli ultimi anni (e, in molti casi, destinate a essere modificate dalla manovra 2018).

Infocamere ha estratto per Il Sole 24 Ore del Lunedì i dati contenuti nei bilanci depositati in formato Xbrl da 497.560 imprese di tutti i settori produttivi in ciascuno degli esercizi 2014, 2015 e 2016. Un campione imponente, che restituisce una fotografia fedele delle principali variabili legate allo stato patrimoniale e al conto economico. Il tratto saliente è il miglioramento della situazione generale, sia sotto il profilo patrimoniale sia su quello dell’andamento degli affari.

L’aumento del capitale

Guardando lo stato patrimoniale, si vede che il patrimonio netto è cresciuto dell’8,7%, passando da 474,2 a 515,5 miliardi. È un rafforzamento sul quale ha senz’altro influito anche l’Ace, l’agevolazione che detassa il rendimento teorico delle somme reinvestite in azienda. Lo conferma, tra l’altro, il maggior incremento registrato dalla componente del capitale proprio (+12,2% nel triennio).

D’altra parte, è fuor di dubbio che a irrobustire le casseforti aziendali abbia contribuito anche il miglioramento della situazione economica generale. In una realtà come quella italiana – dove il modello della Pmi è prevalente anche tra le società di capitali – spesso le risorse destinate alla ricapitalizzazione altro non sono che utili reinvestiti.

Un’indicazione interessante arriva dalle statistiche fiscali, ferme però su questo punto all’anno d’imposta 2014, che indicano oltre 279mila soggetti Ires beneficiari dell’Ace, per un rendimento complessivo (deducibile dal reddito) di oltre 12,3 miliardi.

Su tutto questo si delinea però l’ombra del taglio dei rendimenti nozionali dal 4,75% del 2016 all’1,6% nel 2017 (e all’1,5% a regime), già messa nero su bianco a livello normativo e non interessata, almeno per ora, dalla legge di Bilancio 2018.

Liquidità e debiti

Un’altra voce dello stato patrimoniale in netto miglioramento è quella relativa alle disponibilità liquide delle aziende considerate, che sono aumentate del 24,9% nel triennio, passando da 89,1 a 111,3 miliardi. Segno di un miglioramento del cash flow, ma anche indizio di un potenziale sottoimpiego delle risorse.

A una lettura ambivalente si presta anche un altro indicatore, cioè la mole degli oneri finanziari, diminuita del 13,3 per cento. Un calo che dipende sia dalla contrazione dei tassi d’interesse, sia dalla riduzione dell’esposizione finanziaria verso le banche, riconducibile – a sua volta – a un maggiore autofinanziamento (nei casi virtuosi) o all’assenza di finanziamenti (per stretta creditizia o mancanza di piani di investimenti).

Costo del lavoro e imposte

A parte la spesa per interessi, tutte le maggiori variabili del conto economico hanno il segno “più”. Dal valore della produzione (+8,5% nel triennio) ai costi per il personale (+11,4%) al risultato prima delle imposte (30,4 per cento).

Pur senza poter quantificare il fenomeno, non è azzardato affermare che l’incremento della spesa per i dipendenti sia connesso all’introduzione degli incentivi contributivi - dal 2015 - per le assunzioni stabili. Un’agevolazione che quest’anno era limitata al solo reclutamento dei ragazzi in alternanza scuola-lavoro e che ora la legge di Bilancio punta a rimodulare, premiando le imprese che inseriscono con contratto stabile giovani fino a 30 anni (elevati a 35 nel 2018).

Tra le voci in aumento c’è anche l’ammontare delle tasse versate (+5,7%), che però sono cresciute meno del risultato ante imposte. Il che rappresenta senz’altro un fattore positivo – a maggior ragione visto che la riduzione dell’Ires dal 27,5 al 24% non si vede ancora nei bilanci 2016 – ma non va liquidato con letture semplicistiche (si veda anche l’articolo a fianco).

L’incidenza delle imposte dirette sugli utili, infatti, non considera i costi indeducibili, che pesano “a monte” del calcolo degli utili e che restano una delle zavorre del sistema italiano. Basti pensare al caso classico dell’Imu, che non può essere “scaricata” tra i costi, salvo limitate ipotesi. In questo senso, bisognerà vedere se nell’iter della legge di Bilancio sarà ripescata quella che per ora è solo un’ipotesi: la riduzione dal 30 al 25% della deducibilità degli interessi passivi in rapporto al Rol.

Le società in perdita

Nel valutare l’impatto positivo delle agevolazioni fiscali, non si può dimenticare che i dati elaborati da Infocamere includono anche le società con i conti in rosso. Imprese che, spesso, non hanno la “forza” economica di intercettare gli incentivi, perché non hanno risorse da investire per sfruttare i maxiammortamenti, non riescono ad assumere personale e non hanno azionisti in grado di ricapitalizzare. In questi casi, inevitabilmente, la leva fiscale si rileva un’arma spuntata.

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