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Dal calo delle sofferenze spazio al nuovo credito

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Dal calo delle sofferenze spazio al nuovo credito

  • –Maximilian Cellino

Smaltire le sofferenze accumulate negli anni della grande crisi finanziaria a causa della recessione economica, ma anche con la complicità di atteggiamenti fin troppo disinvolti all’atto della concessione del credito, è di sicuro una scelta obbligata per le banche che vogliono sopravvivere. Serve però semplicemente a tamponare le falle del passato, quando appunto - come rileva uno studio della Banca dei regolamenti internazionali, condotto da Fabiano Schivardi (Luiss), Enrico Sette (Banca d’Italia) e Guido Tabellini (Università Bocconi) e concentrato fra il 2003 e il 2014 - gli istituti di credito furono poco o per nulla propensi a tagliare i finanziamenti ai clienti meno solidi e meritevoli, con il risultato da una parte di prolungare l’agonia delle «imprese zombie» e dall’altra di mettere a rischio la stessa loro esistenza.

Chiuso (o quasi) un capitolo occorre però pensare al futuro, a non riempirsi cioè nuovamente di crediti che poi non saranno esigibili. Non ripetere gli errori che hanno costellato gli ultimi 15 anni è ovviamente il requisito di base, un aiuto potrebbe però arrivare anche dalla congiuntura economica e da quella ripresa che, se pur in modo non spettacolare e ben al di sotto del potenziale, sembra ormai consolidarsi anche nel nostro Paese. Sulla base del rapporto Cerved Pmi 2017 pubblicato proprio ieri, il numero delle piccole e medie imprese italiane (cioè l’ossatura del nostro settore produttivo) è di nuovo in costante crescita dopo la drastica riduzione subita negli anni più bui della crisi: dopo essere passate da 150mila a 136mila dal 2007 al 2014, le aziende sono tornate a quota 145mila alla fine dello scorso anno.

A questo risultato ha senza dubbio contribuito la creazione di nuove aziende, ma anche la mancata uscita dal mercato delle realtà in difficoltà. Nel 2016, secondo Cerved, sono poco meno di 6mila le imprese che hanno avviato una procedura concorsuale o una liquidazione volontaria, il 14,8% in meno rispetto all’anno precedente. Il miglioramento è stato ancora più netto nei primi sei mesi del 2017, quando la riduzione su base annua è stata del 21%, grazie soprattutto al calo dei fallimenti (-29,3%). Se confermata, questa tendenza porterebbe il tasso di mortalità delle imprese sotto i livelli pre-crisi.

Il discorso in questo caso si intreccia a doppio filo con la questione bancaria, perché a propiziare il miglioramento di salute delle Pmi italiane è anche l’inversione di tendenza sulle erogazioni di prestiti, che nel 2016 sono tornati a crescere per quanto riguarda sia i debiti finanziari (+1,1%) sia i debiti commerciali (+1,2%). Ma anche perché le migliori basi reddituali e finanziarie delle imprese rendono poi meno probabile l’accumularsi di nuovi crediti problematici. Secondo le proiezioni Cerved, nel triennio 2017-19 il tasso di ingresso in sofferenza delle Pmi italiane dovrebbe ulteriormente ridursi all’1,7% in termini di numero di rapporti di credito e al 2,2% in termini di importi: all’apice della crisi, fra il 2013 e il 2014, si era arrivati rispettivamente al 3,2% e 5,5 per cento.

Ma c’è di più: gli analisti stimano che siano 52mila le Pmi con un livello di indebitamento modesto (debiti finanziari inferiori al doppio dell’Ebitda) e che per questo potrebbero finanziare ulteriori investimenti per complessivi 103 miliardi (pari al 23,9% dell’attivo) contenendo nonostante tutto il grado di rischiosità. Si tratterebbe di una spinta indubbia per la loro capacità produttiva che al tempo stesso non comporterebbe un incremento di rischio significativo per le banche, che a questo punto difficilmente potrebbero porre l’obiezione delle avverse condizioni economiche per giustificare il livello di sofferenze in portafoglio.

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