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L’Algeria come non l’avete mai vista

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kamel daoud / le mie indipendenze

L’Algeria come non l’avete mai vista

Kamel Daoud (1970) con il suo romanzo «Il caso Meursault»
Kamel Daoud (1970) con il suo romanzo «Il caso Meursault»


«L'islam sta male e l'islamismo sta bene. Perché l'islamismo è una malattia dell'islam. Così come l'integralismo è una malattia della verità e la verità è una malattia della precisione scientifica». Le parole dello scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud tagliano in due l'aria come le frustate in ognuno dei 115 testi che compongono Le mie indipendenze, una selezione di articoli da lui scritti tra il 2010 e il 2016. Da questa settimana in libreria sono una finestra sul mondo, quello arabo che lo circonda e l'Occidente all'orizzonte, visto attraverso lo sguardo di un uomo libero.

Percorrendo queste cronache che vanno dai mesi che precedettero le Primavere arabe fino a poco dopo i fatti di Colonia - quando nella notte di capodanno del 2016 circa cinquecento donne denunciarono di essere state molestate per le strade, 22 di loro stuprate, da una folla composta in parte da marocchini e algerini - si prova lo stupore di addentrarsi in un paese sconosciuto, perché troppo spesso affrontato attraverso articoli superficiali di giornalisti occidentali o, peggio, liquidato con la miopia del pregiudizio. Un paese che appare molto diverso, e ricco, e profondo, e sfaccettato e anche per alcuni aspetti simile al nostro quando siamo guidati da Daoud, un uomo nato da una famiglia qualunque in un villaggio nei pressi di Mostaganem dove divorava i pochi libri a disposizione e s'inventava quelli che non aveva, un uomo che parla dell'Algeria dall'interno ma in modo profondamente originale, per noi perché proviene da una cultura diversa, ma anche per i suoi connazionali, perché a questa non è mai sottomesso.

Icastico e iconoclasta, Daoud racconta il suo paese agli algerini dalla metà degli anni novanta quando, ventenne, sentendosi soffocare «tra un regime che non sa morire ma solo uccidere e celebrarsi nell'incesto, e una visione del mondo ostruita dalla religione», ha iniziato a fare il cronista per il «Quotidien d'Oran» in piena guerra civile. Appropriatosi del francese, «bottino di guerra» e non lingua del colonizzatore, gli esordi sono rigidi, zelanti e impacciati, fino a quando «dopo un ragionamento assurdo arrivai a questa conclusione: i francesi se ne sono andati da un pezzo, i miei insegnanti di scuola non ci sono più, sono libero, posso scrivere come voglio, nessuno mi controlla, questa lingua è la mia intimità e il mio ambito di dissidenza. Fu un momento di sollievo quasi fisico, sensuale. Ne ricavai questa delizia permanente della scrittura, questo godimento ininterrotto di esercitare una libertà assoluta e divertente, offertami dalla constatazione di una realtà», racconta nella prefazione a Le mie indipendenze.

Daoud sogna di non smettere mai di scrivere, perché solo la scrittura gli permette di superare l'intolleranza fisica che prova per il suo mondo, oppresso da una storia nazionale da un milione e mezzo di martiri, asfissiato «tra il partito unico e il dio unico». E così in effetti fa, arrivando a redarre anche cinque cronache al giorno, oltre a reportage, racconti (La prefazione del negro, Casagrande, si veda anche la Domenica del 22 settembre 2013) e due romanzi. Il recentissimo Zabor ou Les psaumes (Barzakh, Actes Sud), non ancora tradotto, e Meursault, contre-enquête, letteralmente contro-inchiesta, uscito in Italia col titolo Il caso Meursault (Bompiani). È la continuazione dello Straniero di Camus prendendo come punto di vista quello del fratello dell'arabo ucciso (progetto di cui scrisse su queste pagine, si veda la «Domenica» del 20 ottobre 2013 e la recensione del 6 settembre 2015) con cui ha vinto il Goncourt 2015 per l'opera prima e il Prix des cinq continents de la Francophonie.

I temi di Daoud sono ossessioni, perché tutti legati alla sua condizione, alla libertà che manca: la donna, la sessualità, l'islamismo, il dio sottratto dal dogma. Eccolo dunque nelle prime pagine di Le mie indipendenze scagliarsi contro «nazionalismi in crisi di vecchiaia e di mistica, presidenze turbate dall'aldilà, sotto-scolarizzazione del mondo “arabo” e ripresa degli arcaismi in nome di Allah» condizioni che generano «società malate, talebanizzate, violente e capaci di vivere un mese di digiuno nella violenza più estrema sostenendo che questo mese sia un “dono di Dio”» (per avere asserito la necessità di tenere dio fuori dalle cose terrene, come un certo poeta italiano molto celebrato e poco ascoltato, Daoud è stato colpito dalla fatwa di un imam salafista da cui s'è difeso in tribunale, facendolo condannare a sei mesi per minacce di morte).

Eccolo entusiasmarsi agli albori delle Primavere arabe che, nonostante le speranze, non ribalteranno l'Algeria e perlopiù falliranno, passando «dal partito unico al partito dell'Unico». Eccolo inventarsi esilaranti Varianti oziose del mito di Sisifo, condannare l'uso religioso della questione palestinese, protestare contro la parola «islamofobo» usata per paralizzare chiunque risponda «a idiozie rifilate in nome di dio», scrivere pagine profondamente commoventi sulla Siria, sul piccolo profugo siriano curdo Aylan, fotografato morto sulla battigia. «Oltraggio supremo ed estremo: sembra affondare il viso lì dove non può vedere; non vuole vederci... Il viso nascosto dalla sabbia è una sepoltura atroce. Una scelta di solitudine insopportabile per i testimoni».

Sempre più centrale, col passare degli anni, è il tema della riappropriazione del corpo («Il mio corpo non devo nasconderlo per salvarlo, né detestarlo per amare l'invisibile») ma soprattutto il tema della donna. «L'islamista ama dimenticare il proprio corpo, lavarlo fino a dissolverlo, respingerlo e lamentarsene come ci si lamenta sotto un fardello, ignorarlo o disprezzarlo. Solo in teoria. E questo ovviamente provoca un violento contraccolpo dell'istinto e la donna diventa colpevole non solo di avere un corpo ma anche di obbligare l'islamista ad averlo e a sottomettercisi o a venire a patti con la gravità e il desiderio... L'islamista è angosciato dalla donna perché è angosciato anche dalla differenza: lui sogna un mondo uniforme, unanime; lei incarna l'alterità netta e irriducibile ... Infine, la donna ricorda all'islamista la sua debolezza più profonda e radicata: il desiderio. Il desiderio di vivere, toccare, eternizzarsi nella vita. Il desiderio che l'islamista non riesce a ignorare, che vorrebbe ignorare e che non può sconfiggere dentro di sé senza uccidere la donna che ha di fronte. (...)Uccidere la donna è dunque affrettare la fine del mondo».

Le mie indipendenze termina poco dopo i fatti di Colonia quando - a seguito di un articolo in cui ribadiva la sua convinzione che il rapporto del mondo musulmano con la donna, con il corpo e con il desiderio fosse il luogo esatto del suo dolore, di una sofferenza subita e imposta - è aggredito con accuse di islamofobia provenienti persino dalla Francia, da un testo pubblicato su «Le Monde» a firma di 19 specialisti di varie discipline e nazionalità. «Trovo immorale darmi in pasto all'odio locale con quel verdetto di islamofobia che oggi funge anche da inquisizione, standosene ben lontani dalla mia quotidianità e da quella dei miei connazionali» risponde Daoud annunciando poi di sospendere l'attività giornalistica in favore della narrativa. Ha potuto attaccare per vent'anni il regime, gli islamisti, i dittatori, lo hanno fermato - almeno per il momento - sulla libertà della donna. Il più grande tabù, collante di tanti fanatismi da Nord a Sud.

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Kamel Daoud, Le mie indipendenze, trad. di Vincenzo Vega , La nave di Teseo, Milano, pagg.448, € 21

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