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Dossier Amore e morte, politica e molti applausi alla prima di S.Ambrogio

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Dossier | N. 6 articoliLa Prima della Scala

Amore e morte, politica e molti applausi alla prima di S.Ambrogio

(Ansa)
(Ansa)

Amore e morte, la rivoluzione che smarrisce le coordinate della giustizia, un poeta dai versi commoventi, una storia dai riflessi politici. Così potremmo riassumere a grandi tratti l'“Andrea Chénier” di Umberto Giordano, che dopo 32 anni torna alla Scala, sotto la bacchetta di Riccardo Chailly, per la Prima di Sant'Ambrogio. Un'opera verista con striature romantiche, una notevole struttura musicale (per questo Mahler ne fu entusiasta); una creazione che da fine Ottocento è apprezzata.
Alla Scala si è aperto con l'inno nazionale di Mameli, pur mancando le alte istituzioni dello Stato; la politica, per dirla in breve, nonostante i ministri presenti, ha deluso non poche aspettative con un'opera trasmessa in mondovisione. In ogni caso diremo che Chailly ha reso bello anche il nostro inno che, musicalmente parlando, resta una marcetta ottocentesca di non grande fattura. E poi la sua bacchetta ha saputo far risorgere tra le mura del Permarini la partitura di Umberto Giordano, che non è facile né scontata; anzi sovente richiede quelle capacità che soltanto il lungo studio e un collaudato mestiere sanno dare.
Buona la compagnia di canto. Chénier era Yusif Eyvazov, un tenore che di solito è classificato tra i leggeri: la sera di sant'Ambrogio, però, questa sua caratteristica non è stata dominante e qualcuno ha notato la buona dizione, altri la sua capacità nei legati. La qual cosa, tradotta in soldoni, significa che Eyvazov ha saputo accostare le note di una certa frase melodica senza interruzioni, in modo che il suono dell'una iniziava non appena svaniva quello della precedente. Un buon personaggio di Chénier allora? Nulla da dire, ma taluni desidererebbero che la voce del tenore registrasse quell'angoscia recata dalla vicenda. Insomma, destreggiarsi tra entusiasmi e singulti: non sempre, però, è possibile interpretare questo miracolo.
Anna Netrebko era Maddalena. Notevole. Grande. A lei va un plauso per i filati, quel processo di assottigliamento estremo della voce che sovente è diventato un ricordo. Soprano che è in grado di gestire in forma sorprendente l'equilibrio tra appoggio e sostegno respiratorio durante una frase musicale o in un vocalizzo. Luca Salsi era Gérard: ha suscitato consensi, forse anche perché ha saputo interpretare il suo ruolo che non rientra tra quelli più raffinati dell'opera di Giordano.
La regia di Mario Martone ha restituito uno “Chénier” senza mai scivolare nell'oleografico o nel patetico; anzi, e questo grazie anche alle scene di Margherita Palli, la rappresentazione era ben ambientata nella Rivoluzione Francese ma sapeva anche strizzare l'occhio ai contemporanei. Il boia, che alza la lama della ghigliottina nel finale, lancia un messaggio. Ricorda che c'è sempre violenza e ingiustizia, nonostante l'amore che si prova o si canta.
Ma qui sarebbe il caso di fare un appello alla politica, il cui compito sembrerebbe quello di evitare che si innalzino ancora ghigliottine. Però, come dicevamo, le assenze sono state notate più delle presenze. Tanto è vero che la piazza, specchio dell'aria che tira, dopo un primo baccano durante l'ora degli ingressi ha registrato la dipartita dei gruppi di protesta. E all'uscita si sentiva solo una voce isolata che gridava qualcosa. Impossibile capire se stesse protestando o se il soggetto urlante avesse qualche problema.

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