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Renzinomics tra riforme e consenso

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Renzinomics tra riforme e consenso

  • –Gianni Trovati

ROMA

Nelle proposte economiche targate Matteo Renzi vincerà lo sguardo lungo delle riforme strutturali o quello corto dell’ansia pre-elettorale? Il dibattito fra gli economisti si sta scaldando, e promette di svilupparsi sul programma che in vista del voto sta prendendo forma in quello che negli ultimi anni è stato il principale partito di governo. Dibattito che ha una ricaduta politica immediata, come mostra il botta e risposta del fine settimana tra Carlo Calenda e lo stesso Renzi. L’ex premier, in un’intervista televisiva, ha rilanciato una cura a suon di tagli di tasse; il ministro dello Sviluppo economico gli ha chiesto di mettere l’accento sulle «cose buone/serie» fatte sui terreni di investimenti, costo del lavoro e riforme. E il segretario del Pd ha promesso di aprire il confronto.

Per individuare le due linee che hanno convissuto finora nella «Renzinomics» può essere utile seguire il sentiero tracciato dall’ultimo numero del Mulino. La sede, la rivista ora diretta dal filosofo del diritto Mario Ricciardi che già sedeva nel comitato di direzione quando a guidarla era il suo predecessore Michele Salvati, è di quelle che contano nell’analisi del centrosinistra (e non solo). E nel penultimo numero dell’anno ribatte a una lettura tutta in negativo sull’economia di Renzi offerta dal Nens (il centro studi fondato da Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani) con una ricostruzione di Marcoeconomicus (firma storica della rivista, dietro cui si nasconde un accademico con importanti incarichi istituzionali) che divide in due l’azione del governo dei mille giorni. La prima fase poggia su Jobs Act, 80 euro e flessibilità ottenuta in Europa, e si caratterizza come «sufficientemente coerente, realistica e articolata»; la seconda, nonostante l’eccezione di Industria 4.0 (altro tema che rimarca la dialettica con Calenda) finisce invece per essere «più estemporanea e più deludente». A renderla tale, più delle cose fatte (come i bonus a pensionati o diciottenni, «distribuiti con criteri discutibili»), sono state le scelte non prese, su temi come la spending review o gli interventi per contrastare una crisi bancaria «gravemente sottovalutata». I due Renzi, in realtà, si intrecciano, perché la ri-abolizione delle tasse sull’abitazione principale (criticata dal testo del Mulino come spreco nel «perseguimento di obiettivi politici poi mancati») rimandano alla prima legge di stabilità del suo governo.

Ma il 2016 è stato l’anno dell’investimento sul referendum. E il risultato mostra che la spesa è stata superiore all’impresa.

Da qui il rischio che il riavvicinarsi dell’appuntamento con le urne torni ad alimentare le promesse ispirate alla ripresa elettorale più che a quella economica, oggi caratterizzata da un ritmo crescente ma ancora tutto da consolidare. I segnali non mancano, e come inevitabile in Italia la questione chiave rimane quella del debito. Il piatto forte, fin dal menu anticipato da Renzi in estate con il libro «Avanti», è il «ritorno a Maastricht»; che tradotto in cifre significa chiedere all’Europa spazi da 30 miliardi all’anno portando il deficit al 2,9% del Pil (contro l’1,6% di oggi). A tenere a bada il debito dovrebbe essere la crescita spinta dal deficit spending, insieme a «un’operazione sul patrimonio con Cassa depositi e prestiti».

La scommessa è azzardata, e va in direzione contraria a quella chiesta a Roma dagli organismi internazionali e rilanciata dal direttore del Fondo monetario Christine Lagarde nell’intervista al Sole 24 Ore di domenica. Ma anche sul Fiscal compact l’Italia aveva promesso faville e veti: poi la scelta di Jean-Claude Juncker di proporne l’inserimento in una direttiva e non nei trattati ha dato una sponda decisiva alla linea dialogante di Padoan, e i giudizi del governo italiano sulla riforma della governance Ue sono stati di miele.

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