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Dossier Il risarcimento non cancella il reato di stalking

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    Dossier | N. 27 articoliTutto sul decreto fiscale 2017

    Il risarcimento non cancella il reato di stalking

    Decisa stretta del Governo sullo stalking: il reato non si potrà più estinguere con «condotte riparatorie», ossia pagando una somma di denaro. A prevederlo, è il comma 1 dell’articolo 2 della legge di conversione del Dl 148/2017 che innesta un ultimo comma all’articolo 162-ter del Codice penale. E specifica come la norma – che prevede l’estinzione del reato nel caso in cui l’imputato abbia riparato interamente al danno cagionato (entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado salvo proroghe), tramite le restituzioni o il risarcimento, e ne abbia eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose – non valga per gli atti persecutori.

    La giustizia riparativa
    Il divieto, teso a sanzionare con maggiore fermezza un crimine gravissimo, viste le subdole ripercussioni sofferte dalla vittima, costretta, di fatto, a modificare abitudini di vita e fronteggiare un perdurante stato di ansia, si lega al più ampio intento del legislatore di evitare lo smantellarsi di una delle più insidiose figure delittuose. Di qui, lo stop ai rimedi previsti dalla cosiddetta giustizia riparativa per condotte, quali quelle moleste, oggi non più riparabili con una semplice offerta risarcitoria, come di recente accaduto in seno a una recente vicenda in cui i giudici hanno dichiarato l’estinzione del reato dietro offerta, rifiutata dalla vittima, di 1.500 euro.

    La procedibilità
    Occorre, tuttavia, annotare come la novella abbia inciso solo in parte sul divieto di riparare con esborsi pecuniari le conseguenze pregiudizievoli del reato, laddove la possibilità di ricorrere alle condotte riparatorie per puntare all’estinzione del reato era già circoscritta ai soli delitti procedibili a querela soggetta a remissione. E il delitto di stalking, preme ricordarlo, è punibile a querela soggetta a remissione, proponibile entro sei mesi, soltanto nell’ipotesi base, essendone prevista, invece, l’irrevocabilità nel caso di molestie commesse con minacce reiterate e aggravate, e la procedibilità d’ufficio per talune forme aggravate. Ad appesantirne la pena, la circostanza che a perpetrarlo sia il coniuge, anche separato o divorziato, o una persona che sia o sia stata legata alla vittima da relazione affettiva. Ancora, l’essersi avvalsi di strumenti informatici o telematici, aver diretto la condotta criminosa a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di un disabile, l’aver fatto uso di armi o aver agito travisando il proprio aspetto.

    Divieto a tutto campo
    Emerge, quindi, all’esito di tali specifiche, la reale portata della novella. Nel precedente assetto normativo, difatti, l’imputato poteva “intascare” l’estinzione del reato se, avanzata un’offerta reale (consegna materiale del denaro), il giudice avesse ritenuto la somma congrua, a prescindere dall’eventuale dissenso della vittima. Non solo. Nelle evenienze di incolpevole inadempimento della riparazione pecuniaria, il codice gli consentiva anche di chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per poter mantenere fede alla promessa di assolvere al pagamento, anche rateale, di quanto dovuto alla persona offesa a titolo di risarcimento. E il giudice, accolta la domanda, poteva ordinare la sospensione del processo e fissare una successiva udienza, imponendo, se necessario, puntuali prescrizioni. Iter benevolo, oggi non più ammesso per il delitto di atti persecutori, indipendentemente dalla minore o maggiore gravità del reato.

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