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Perché Pfizer abbandona la ricerca su Alzheimer, e quali sono gli…

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le prospettive per malati e familiari

Perché Pfizer abbandona la ricerca su Alzheimer, e quali sono gli sviluppi in corso

La multinazionale americana Pfizer frena sulla ricerca destinata alle patologie neurodegenerative e dirotta gli investimenti in aree in cui ha già raggiunto una forte leadership scientifica e il massimo impatto sui pazienti. Un disinvestimento da filoni importanti su Alzheimer e Parkinson che non hanno portato i frutti sperati, soprattutto nei tempi sperati. Lo ha dichiarato la stessa multinazionale, che ha anche annunciato un pesante impatto sul personale dedicato all’area delle demenze, con una riduzione totale dell’organico di circa 300 posizioni. Tagli che si svolgeranno nei prossimi mesi, concentrati principalmente sui centri di Cambridge, Andover e Groton. Ma la resa non è totale: «Riconosciamo che la neuroscienza è un'area di enorme bisogno insoddisfatto per i pazienti – si legge nel corporate statement sull'argomento - e intendiamo creare un fondo di venture capital dedicato per sostenere gli sforzi continui di avanzamento sul campo».

L'annuncio, se non contestualizzato, rischia di gettare nello sconforto le associazioni dei pazienti: «Se ci abbandonano anche le farmaceutiche – è il commento a caldo della presidente dell’Associazione italiana malati di Alzheimer (Aima) Patrizia Spadin – siamo alla canna del gas. La notizia però non mi sorprende, perché già da tempo Pfizer ha ridotto il suo impegno sulle demenze. Ma questo solo perché il filone di ricerca seguito non è quello giusto. L’auspicio è che si trovino menti aperte che tentino nuovi approcci e si capisca in quale laboratorio del mondo si sta sviluppando l'idea giusta».

La scienza continua a esplorare nuove strade
Ma se Pfizer sventola bandiera bianca, questo non significa che la farmaceutica mondiale abbia rinunciato a un filone di ricerca strategico per il futuro dei sistemi sanitari mondiali. Come rimarcato dall’Organizzazione mondiale della sanità, che lo scorso maggio a Ginevra ha adottato il Piano Globale di Azione sulla Risposta di Salute Pubblica alla Demenza 2017-2025, che invita i governi a impegnarsi per una maggiore consapevolezza su demenza, riduzione del rischio, diagnosi e assistenza, supporto ai familiari e ricerca. «Il ritiro di Pfizer - spiega il professor Paolo Maria Rossini, neurologo del Policlinico Gemelli Università Cattolica Sacro cuore di Roma - io lo leggo in chiave di strategia aziendale, perché si sono resi conto di essere un po' indietro nelle fasi di sviluppo e come al solito in queste cose vince chi arriva per primo o secondo. Hanno intuito il rischio di arrivare a meta ma di raccogliere poco rispetto a quello che hanno investito. In questo momento ci sono tante altre grosse multinazionali che stanno sviluppando, anche a livello clinico, molecole nuove su questa malattia. Parliamo di Biogen, Eli Lilly, Roche, Boehringer, Eisai, AstraZeneca. Tutte impegnate in sperimentazioni che arriveranno ai primi risultati entro il 2023».

«Tra i filoni più promettenti, il grosso delle sperimentazioni – continua Rossini - si concentra sul ruolo del Betamiloide, con farmaci che vanno a bloccare la produzione e l'accumulo di questo killer. E poi sulla proteina Tau, altro sospetto killer. Poi ci sono altri filoni marginali sul metabolismo degli zuccheri e sul metabolismo mitocondriale. Il grosso dei farmaci sono o anti-beta o anti-tau». Promesse, speranze. Anche se gran parte delle sperimentazioni è indirizzato alle fasi prodromiche della malattia. Perché poco si può fare in fase avanzata. Per agire tempestivamente in questo scenario, in Italia è ai nastri di partenza il progetto Interceptor, coordinato dal professor Rossini, che testerà sette biomarcatori selezionati per individuare i migliori in termini di costo-efficacia nel predire la possibile conversione del lieve declino cognitivo (Mci, mild cognitive impairment ) in demenza di Alzheimer conclamata. Un’iniziativa da finanziare con 4 milioni circa per arruolare 400 pazienti in una decina di centri specializzati. L'obiettivo è appunto quello di individuare un modello di screening della popolazione a rischio, in modo da poter utilizzare al meglio i nuovi farmaci in arrivo.

Demenze incubo finanziario e sanitario
In Italia i casi di demenza sono oltre un milione e di questi 600mila sono di Alzheimer. Nel mondo ogni tre secondi c'è un nuovo caso e questo tipo di demenza è diventata la piaga del millennio. Una sfida che mette a rischio la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali e la stessa società. Basti pensare che la diffusione del morbo in Italia coinvolge direttamente o indirettamente 3 milioni di persone nell'assistenza dei loro cari. Con costi socio-sanitari complessivi stimati in circa 6 miliardi di euro. E l'urgenza di trovare la strada giusta è ancora più impellente nel Paese più vecchio d'Europa, che si prepara a diventare il più anziano del mondo. Le proiezioni al 2051 indicano infatti che in Italia ci saranno 280 anziani ogni 100 giovani.

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