Lifestyle

Auguri a Dino Meneghin, campione vero anche a 68 anni

  • Abbonati
  • Accedi
il compleanno del cestista

Auguri a Dino Meneghin, campione vero anche a 68 anni

Se c’è una cosa che i campioni dello sport non riusciranno mai a capire fino in fondo è quanto possano essere stati importanti per i tifosi. I tifosi veri. Quelli capaci di una passione sana e, di conseguenza, indirizzata solo ai campioni veri: quelli che durano una vita intera, attraversando le generazioni di padre in figlio. Dino Meneghin è un campione vero. Ripeto: “è” un campione vero, non «è stato». Perché nella testa di tutti i suoi tifosi, ancora oggi, è sempre pronto a scendere in campo, a lottare per un rimbalzo, a portare un blocco impossibile da aggirare, a segnare due punti decisivi appoggiando con semplicità la palla al tabellone, proprio come farebbe un ragazzino del minibasket. Perché per Dino il bene della squadra è sempre venuto prima dello spettacolo e della soddisfazione personale. Perché due punti sicuri, per lui, sono sempre stati molto meglio di un tentativo di schiacciata.

Da qualche anno, il 18 gennaio, ricordo il suo compleanno con un articolo. Proprio come sto facendo in questo momento. E ogni volta penso: «Ormai ho scritto tutto, cosa posso aggiungere?». Invece, una volta davanti allo schermo del computer, le ansie lasciano il posto alle emozioni, le incertezze ai ricordi, la paura di non trovare le parole al timore di non avere abbastanza spazio per scriverle tutte, quelle maledette parole che servirebbero per raccontare una vita intera.

Le prime volte che l’ho visto giocare ero alle elementari: calzoni corti, camicia bianca e casacca nera, come si usava una volta. E tanta ammirazione per quel colosso che combatteva battaglie furibonde contro avversari che facevano paura solo a sentirne il nome. Nomi russi e slavi che aprivano squarci di luce al di là della cortina di ferro, che negli anni 60 separava il mondo in due parti tra loro incomunicanti. Lo sport era uno dei pochi punti di contatto, ma nella testa di noi bambini una trasferta a Mosca era vista come un terribile viaggio verso l’ignoto.

In quegli anni Dino Meneghin giocava a Varese: una squadra capace di dieci finali consecutive, con cinque vittorie, nella Coppa dei Campioni. Giocata a differenza dell’Eurolega di oggi solo da chi, l’anno prima, aveva vinto il campionato. O, in alternativa, proprio la Coppa dei  Campioni: ottenendo così il diritto a difenderla.

Varese era una squadra leggendaria con giocatori entrati nella leggenda. Come il playmaker Aldo Ossola, capace di rendere inutili gli schemi perché, alla fine, lo schema migliore era uno solo: palla a Ossola. E tutto diventava semplice. Meneghin di quella squadra era il perno inamovibile, capace di contrastare chiunque e di uscire vincente da qualsiasi confronto.

Anni dopo sarebbe passato a Milano, in quella che sarebbe stata definita la 23esima squadra dell’Nba. Insieme a campioni intramontabili come Mike D’Antoni, Roberto Premier, Bob McAdoo. E lui, ormai ultratrentenne giudicato sommariamente troppo vecchio, di nuovo perno centrale del meccanismo perfetto capace di vincere tutto in Italia, in Europa e nel mondo. Mentre le sue squadre venivano ricevute a Tel Aviv da una raffica di fischi, Dino è sempre stato accolto nel palazzetto rovente del Maccabi con applausi scroscianti. In segno di rispetto per un guerriero che non rinunciava mai, e non importava se alla fine usciva vincitore contro i campioni di casa.

Ricordo centinaia e centinaia di partite. Centinaia e centinaia di vittorie. Ondate infinite di emozioni tifando, ancor prima della squadra per cui giocava, quello straordinario numero 11 che aveva scomodato l’interesse dell’Nba con trent’anni di anticipo su chi ci sarebbe arrivato davvero, tra i mostri di oltre Oceano. Dino allora aveva detto no, perché il professionismo avrebbe avuto come conseguenza immediata l’addio alla Nazionale, a quel colore azzurro che gli era rimasto tatuato sulla pelle e nel cuore. A chi interessa l’Nba, quando devi rappresentare il tuo Paese?

Ecco, questo è stato Dino Meneghin. Anzi, è Dino Meneghin. Un compagno di strada per me e per tanti, tanti altri tifosi partiti in pantaloncini corti e arrivati senza accorgersi, in camicia e cravatta e ormai padri di famiglia, a piangere come bambini per la sua partita di addio. Perché là in mezzo al campo, abbracciato a Mike D’Antoni, Dino stava dicendo basta. Un basta che nessun amante della pallacanestro ha mai accettato. Un basta pronunciato per amore dello sport, per non sporcare con un solo secondo di troppo una carriera che nessuno potrà mai eguagliare. Tutti i suoi allenatori rispondono alla domanda «I giocatori della tua squadra ideale?» con un semplice: «Intanto Dino Meneghin, poi ci penso un attimo e ti dico gli altri quattro...».

A questo punto dovrei snocciolare il suo palmares, numeri che si possono facilmente trovare e che, proprio per essere assolutamente straordinari, finirebbero con il distogliere l’attenzione dalla grandezza del giocatore e dell’uomo. Se avete un po’ di tempo cercateli, su Internet è un attimo. E soprattutto, quando li vedete, credeteci! Può sembrare impossibile, ma è tutto vero.

Io ripenso a trent’anni della mia vita, alla gioia provata vedendo la prima vittoria di Varese in Coppa Campioni, nel 1970 contro il Cska Mosca. Esultando per il grande slam di Milano nel 1987, con la collana Coppa Italia - Scudetto - Coppa dei Campioni - Coppa Intercontinentale. Piangendo lacrime di felicità per la prima vittoria della Nazionale in un campionato europeo, a Nantes nel 1983, e di sconforto per una finale olimpica persa di un soffio nel 1980 a Mosca: un argento vinto, a conti fatti, e non un oro perso. Conservando tra i ricordi più cari l’immagine indimenticabile di due Meneghin, Dino e Andrea, padre e figlio, team manager e giocatore, stretti in un abbraccio a bordo campo mentre la Nazionale saliva per la seconda volta sul trono d’Europa nel 1999, a Parigi.

Trent’anni, ed è stato un attimo. Uno sfuggente, interminabile attimo in cui Meneghin è sempre stato presente con il numero 11 sulla maglia, disposto a buttarsi fin sull’ultimo pallone, a non rinunciare fino all’ultimo secondo.

Trent’anni, Dino. Trent’anni racchiusi come una parentesi all’interno dei 68 che compi oggi. Quanta strada da quel 18 gennaio 1950. Quanta strada da Alano di Piave fino ai parquet di tutto il mondo.

Quello che non sai, Dino, quello che non puoi sapere come tutti i campioni che hanno segnato le nostre vite di tifosi, è quanto sei stato importante. Quanto ci hai insegnato a crescere. Quanto hai contribuito a farci vedere lo sport come un compagno di strada e non come un campo di battaglia. A riconoscere il valore degli avversari sconfitti e a non rinunciare in partenza, mai, al sogno della vittoria anche contro avversari più forti.

Spesso, quando capita di incontarci e inevitabilmente ti costringo ad aprire l’album dei ricordi, concludi il discorso dicendo: «Sì, in effetti ci siamo diveriti». È vero, Dino, hai ragione. Ci siamo divertiti. Molto più di quanto tu riesca a immaginare.

Buon compleanno.

© Riproduzione riservata