Italia

«La corsa va oltre il Qe: rischio-Borsa esagerato»

  • Abbonati
  • Accedi
(none)

«La corsa va oltre il Qe: rischio-Borsa esagerato»

  • –Alessandro Plateroti

La riforma fiscale di Donald Trump, la discesa verticale del dollaro sull’euro, l’incertezza sui tempi del rientro alla normalità delle politiche monetarie, lo stallo nei negoziati sulla Brexit e - come se tutto ciò non bastasse - il possibile ritorno di un «caso Italia» sui radar dei mercati finanziari internazionali: la gestione del rischio sarà anche il mestiere della Borsa, ma dopo otto anni di guadagni vissuti pericolosamente sono in molti a chiedersi se non sia giunta l’ora di fare cassa. Se lo chiedono a Wall Street, dove la riforma fiscale americana ha prolungato la fase espansiva degli investimenti finanziari ben oltre il termine delle politiche monetarie accomodanti della Fed, ma se lo chiedono anche a Milano, dove l’onda lunga della liquidità straordinaria della Bce tiene ancora alta la “marea” rialzista che spinge Piazza Affari.

Certo, le incognite abbondano e ognuno fa i conti con le proprie tasche e il proprio intuito, ma il risultato non cambia: la trappola della liquidità non sembra ancora spaventare nessuno. E soprattutto, non la teme chi guarda oltre le occasioni speculative per puntare su quelle industriali: «Convivere con le incertezze non significa diventare schiavi della paura - conferma Giovanni Tamburi, banchiere d’affari di lungo corso, grande investitore nelle imprese industriali del made in Italy ora anche sponsor di primo piano delle start-up di nuova generazione, le cosiddette Fintech - Nello scenario attuale possiamo aspettarci delle correzioni dai livelli massimi, ma non un crollo sistemico o una nuova crisi finanziaria tali da giustificare una fuga dalle Borse».

Il mercato le sta dando ragione, visti i nuovi record segnati nelle ultime settimane, ma dove sia il confine tra logica e azzardo non è chiaro a nessuno: le stesse autorità di vigilanza non perdono occasione per denunciare la pericolosità della «compiacenza» al rischio che pervade gli investitori. La scomparsa della volatilità dai listini azionari, per esempio, ha diviso il mercato in due schieramenti contrapposti: chi la giudica come una conferma delle strategie risk-oriented sull’azionario, e chi la ritiene persino più pericolosa della bolla dei Bitcoin...

La scomparsa della volatilità dalle Borse non ha nulla di ingannevole o di misterioso: il mercato sta lavorando come fosse un braccio operativo della Bce o della Fed. Il rialzo dei tassi di interesse evidenziato dai Treasuries americani, dai bund tedeschi e da gran parte dei bond sovrani europei toglie di fatto alle authority l’urgenza o la necessità di una normalizzazione rapida delle loro politiche monetarie accomodanti. Per gli investitori, significa abbondanza di liquidità sui mercati azionari per almeno altri due-tre o anche quattro anni.

Se la caduta della volatilità spinge gli investitori verso il mercato azionario, è ipotizzabile una contestuale caduta di interesse e di prezzo per i bond, che pur avendo reso poco hanno fatto finora da rifugio sicuro per il risparmio investito: non teme le ripercussioni?

Non vedo scenari apocalittici all’orizzonte. Ci sarà certamente un repricing dei bond, ma il denaro non sparirà di certo: finchè avremo la rete di protezione della Bce sui titoli di Stato e la certezza di una stabilità prolungata dei tassi di interesse sui livelli attuali, i mercati finanziari potranno crescere e generare ricchezza.

Le incognite che spaventano analisti e investitori sarebbero insomma solo esagerazioni?

Alcune lo sono certamente. L’esito delle elezioni politiche italiane di marzo, per esempio, è un falso problema, comunque finiscano le cose. Il mercato sa benissimo che la politica italiana è in stallo, ma al contrario del 2011 sia la Borsa sotto i titoli di Stato e il nostro mercato finanziario c’è, e ci sarà ancora a lungo, una solida rete di protezione garantita dalla Bce. A ciò si aggiunge la spinta della ripresa economica globale sui profitti delle nostre imprese esportatrici e il successo di iniziative come i Piani Individuali di Risparmio sia in termini di nuovo risparmio investito dalle famiglie, sia sotto il profilo delle nuove quotazioni in Borsa. In altre parole, la stagione dei saldi non è ancora arrivata a Piazza Affari: sia per chi investe sulle blue chip, sia per chi cerca matricole destinate al successo. L’importante è solo scegliere bene».

Nato a Roma nel 1954, laureato alla Sapienza in Economia e Commercio), cresciuto professionalmente a Milano alla scuola di Carlo De Benedetti e Guido Roberto Vitale, Tamburi lavora «in proprio» dal 1991, anno nel quale venne chiamato dall'allora premier Giuliano Amato a far parte della Commissione per le privatizzazioni: oggi, con la sua Tip (Tamburi Investment Partners), è il secondo investitore privato del mercato italiano alle spalle della Cassa depositi e prestiti. La sua boutique d'affari ha investito oltre 2 miliardi di euro nel capitale di rischio di grandi e piccole imprese, raccogliendo capitali tra più di 130 famiglie: dai Lavazza (caffé) agli Angelini (farmaceutica), dai Ferrero (siderurgia) ai D'Amico (Shipping), dai Marzotto ai Lunelli (spumante Ferrari) ai Seragnoli. Tra i suoi investimenti migliori, cita Fca, Ferrari, Amplifon, Moncler, Prysmian, Azimut Benetti, Eataly, Furla, Roche Bobois, iGuzzini e, buon ultima, Alpitour: di fatto 20 società leader su scala internazionale nei loro segmenti industriali, dalla moda agli yacht, dall'arredamento al turismo. «Il mio credo - spiega - è puntare sulle aziende dell'Italia che lavora in silenzio. E che fa profitti».

Sarà anche il migliore dei mondi possibili, ma un imprevisto come il mini-dollaro non sembrava averlo finora calcolarlo nessuno... In funzione del cambio, converrebbe ora di più investire su asset americani che su quelli denominati i euro.

E' vero, quello del cambio è un problema serio, soprattutto abbastanza inaspettato. Il rialzo dell’euro sta colpendo i conti economici di tutti gli esportatori per cui, se continuasse cosi, le imprese dovranno mettere in conto minori utili a parità di volumi venduti, o anche solo minori utili da consolidamento. Potrebbe anche verificarsi un contraccolpo sull’asset allocation tra Europa e Stati Uniti, ma niente di drammatico sicuramente. Se poi la riforma fiscale sulle imprese americane dovesse andare avanti come previsto, è probabile che il dollaro recuperi rapidamente terreno. In ogni caso, per me, la stagione degli acquisti sul mercato-Italia non è giunta affatto al capolinea.

© RIPRODUZIONE RISERVATA