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Le urne travolgono la mediazione di Casini

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Le urne travolgono la mediazione di Casini

  • –Emilia Patta

Roma

«La commissione è giunta a ritenere che in tutti e sette i casi di crisi bancarie oggetto dell’indagine le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

Ecco, una conclusione di questo tipo nella relazione finale della commissione di inchiesta sulle banche tre mesi fa avrebbe fatto notizia. Ma dopo settimane di scontro all’arma bianca, con il ruolo di Maria Elena Boschi su Etruria in evidenza per settimane sulle prime pagine dei giornali e dopo lo strappo istituzionale del Pd e del suo leader Renzi su Bankitalia, gli appunti della commissione passano quasi inosservati. In casa renziana, comunque, la parola d’ordine è soddisfazione: oltre alla mancata vigilanza, la relazione mette sotto accusa anche il cosiddetto sistema delle porte girevoli - ossia la possibilità che ex dipendenti della Vigilanza o altri soggetti già titolari di una funzione di pubblico controllo (magistrati, ufficiali della Guardia di Finanza, dirigenti Consob ) possano poi assumere incarichi nelle banche una volta controllate - proponendo di estendere lo “sbarramento” di tre anni già previsto dalla legge anticorruzione. Insomma, in un importante atto del Parlamento ci sono i due principali capi di accusa renziani contro Bankitalia e Consob. A dimostrare che non tutto è Etruria e che il problema esisteva a monte. E in questo senso Matteo Orfini, presidente del Pd e membro della commissione, parla di «successo». E lo stesso Renzi, ormai proiettato sulla campagna elettorale che intende giocare tutta contro il pericolo degli opposti “populismi” di Lega e M5S, commenta con un «tutto bene» la conclusione dei lavori.

Il fatto che alla fine non si è arrivati ad una relazione condivisa anche dalle opposizioni o almeno da una parte è considerato fisiologico in campagna elettorale. Non poteva essere altrimenti. Ma proprio la tempistica ha lasciato perplessi molti nel Pd, dal capogruppo in Senato Luigi Zanda, che lo ha detto pubblicamente, allo stesso premier Paolo Gentiloni, preoccupato dei ricaschi istituzionali come si è visto durante lo scontro con Renzi sulla nomina del nuovo governatore conclusasi non a caso con la riconferma di Visco voluta dal premier in accordo con il Quirinale. Insomma, era proprio necessario istituire questa commissione agli sgoccioli della legislatura? Di fatto i lavori della commissione hanno riportato il caso Etruria in grande evidenza per molte settimane, con le audizioni dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni e dell’ex presidente di Consob Giuseppe Vegas. Configurandosi, secondo l’opinione di molti dem, come un vero e proprio boomerang. Lui, Renzi, continua nei colloqui riservati a difendere la scelta della commissione: il Pd non poteva essere accusato di voler nascondere qualcosa, e andava fatta chiarezza sulle responsabilità del sistema vigilanza. Ma l’impressione boomerang rimane.

Sarà anche per questo che ora, a poco più di un mese dal voto, dal quartiere generale del Pd non si enfatizzano le conclusioni della relazione di maggioranza. Quasi come se si puntasse a derubricare il prima possibile tutto il capitolo. Ma è chiaro che gli avversari politici non la pensano così. A cominciare dal M5S, che pure su molti punti di critica si era trovato in accordo con il Pd. «Dal lavoro della commissione di inchiesta stiamo traendo il materiale per avviare una battaglia anche giudiziaria che sfocerà nella presentazione di alcuni esposti ala magistratura relativi ai filoni trattati dalla bicamerale», è l’annuncio dei commissari del M5S. Che non è per nulla intenzionato a lasciare cadere l’argomento banche in campagna elettorale, anche a suon di carte bollate.

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