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A Roma è mafia Capitale ma non si può scrivere

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Le conclusioni della Commissione antimafia

A Roma è mafia Capitale ma non si può scrivere

È mafia Capitale ma non lo può dire. Anzi, la Commissione parlamentare antimafia, nella relazione appena approvata, che il Sole-24 Ore ha potuto leggere e che è alle limature finali prima della presentazione ufficiale il 21 febbraio, non lo può scrivere. E così è costretta ad arrampicarsi sugli specchi, mettendo nero su bianco che «non sarà mafia ma non è nemmeno solo corruzione». Un modo articolato ma che salva capra e cavoli mantenendo intatta la sostanza del pensiero della Commissione presieduta da Rosy Bindi: l’accoppiata Carminati-Buzzi era a capo di un'associazione mafiosa. Non si può tornare indietro nella storia, affermano ancora i commissari, che alla fine del paragrafo dedicato a “Mafia Capitale” (più chiaro di così), scrivono che con la loro ricostruzione «non vogliono interferire con la vicenda o sostituirsi a valutazione proprie della magistratura» ma vogliono solo porre l'accento su una questione culturale molto più ampia, che non riguarda l'autorità giudiziaria ma la cittadinanza, spesso incapace di comprendere e avvertire le mafie e le loro evoluzioni.

In altre parole: un film già visto in Sicilia (prima del maxi processo) e in Calabria (prima del processo Crimine/Infinito del 2010 e del procedimento Gotha attualmente in corso, che rischia di essere dirompente anche per le interconnessioni con quello in svolgimento a Palermo dal pool antimafia guidato da Antonino Di Matteo). Perché la Commissione antimafia non possa scrivere quella di Buzzi & C. è mafia, è presto detto: il dispositivo della sentenza di primo grado, letto in mondovisione (o quasi) il 20 luglio 2017, pur condannando alcuni imputati a pene molto elevate, ha ritenuto insussistente l'associazione mafiosa, qualificata come associazione per delinquere semplice.

In attesa dell'appello – proposto il 30 novembre 2017 dalla Procura generale retta da Giovanni Salvi e il giorno dopo, 1° dicembre, dalla Procura romana guidata da Giuseppe Pignatone – la Commissione vuole dire la sua. E lo fa «nel doveroso rispetto del lavoro della magistratura» e intuendo «che si tratta di una complessa questione giuridica» che si colloca tra due importanti sentenze della Cassazione emesse in fase cautelare e la sentenza di primo grado con il rito abbreviato che, invece, ha ritenuto sussistere il delitto di associazione mafiosa.
E così, come una mela non cade mai lontano dall'albero, così la Commissione antimafia è certa che il fenomeno studiato a Roma in questi anni non potrà cadere lontano dal 416-bis.

«Non può ignorarsi che comunque è stata accertata una penetrante capacità di condizionamento di un gruppo criminale – si legge nella relazione – in varie articolazioni della pubblica amministrazione e dell'economia, che ha tenuto in ostaggio per anni l'amministrazione capitolina». Un territorio (si esprime proprio così la Commissione) che l'organizzazione criminale ha occupato con metodi tali «mafiosi o meno che fossero» che hanno di fatto svuotato la cosa pubblica dalle basilari regole di comportamento, «aprendo il varco a interventi di deviazione dell'azione amministrativa determinati da intimidazioni o comunque da fenomeni corruttivi».

E giù con la stoccata che conduce alla sintesi che non sarà mafia ma di sicuro non è solo corruzione. «È pericoloso far passare come semplice corruzione – scrivono infatti i commissari antimafia che si sono divisi su molti punti della complessiva relazione, a partire dal delicato capitolo sulle stragi di mafia e la presunta o meno trattativa tra Stato e Cosa nostra – condotte che si integrano a vicenda in modo silenzioso o comunque tacito, in quanto spesso fondate sull'assenza di reazione o su un consenso che possono essere indifferentemente frutto della convenienza dell'assoggettamento e dell'omertà».

La Commissione insiste su questo canale aperto e affonda: «Lo Stato, dinanzi all'accertamento di una situazione di diffusa illegalità, non può fermarsi alla mancata presenza degli elementi dell'articolo 416 bis e a una sorta di compiacimento per il mancato scioglimento per mafia dell'ente, quasi in un atteggiamento autoassolutorio».

E per finire, in questo gioco del “dico e non dico”, la Commissione scrive che «continuare a pensare che oggi le mafie siano ancora solamente Cosa nostra, la ‘ndrangheta e la camorra (oggi, più che mai, appare una dimenticanza non tanto la Sacra corona unita quanto la Società foggiana, ndr) con l'aggiunta di qualche organizzazione nigeriana, albanese o cinese, sarebbe un errore grave che impedirebbe di comprendere in tempo, prima ancora che nelle aule giudiziarie, l'evoluzione dei sistemi criminali, anche di quelli tradizionali, la loro adattabilità e il mimetismo con cui sanno stare nel nostro tempo. Continuare a concentrarsi sulle mafie con la lupara ignorando la modernità con cui la criminalità organizzata cambia metodi e modi, significa sì perseguire le mafie storiche ma anche fare crescere, silenziosamente, accanto ad esse, le mafie nuove».
Musica per le orecchie della Procura di Roma. Ordinaria e generale.
r.galullo@ilsole24ore.com

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