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Sinistra anno zero: perché ha perso il popolo e chi la sta sostituendo

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LA PARABOLA DEL PD

Sinistra anno zero: perché ha perso il popolo e chi la sta sostituendo

Nel bene e nel male, Matteo Renzi ha lasciato il segno due volte nella storia del Pd. Nessuno era riuscito a portare il centrosinistra così in alto e così in basso, dalla vertigine del 40% alle europee del 2014 al crollo sotto al 20% alle politiche del 4 marzo. Un'emorragia di cinque milioni di voti che è equivalsa alla Caporetto dell'ex sindaco di Firenze, almeno per ora. Renzi si è accollato il ruolo di grande sconfitto delle ultime politiche, ma la sua parabola è solo il suggello della crisi che logora da anni la sinistra italiana, oggi schiacciata ai margini di un tripolarismo che vede un italiano su due votare per destra e Cinque Stelle.
Non che la socialdemocrazia goda di ottima salute anche nel resto d'Europa. In Germania la Spd di Martin Schulz ha ceduto dopo mesi di trattative al ruolo di stampella del governo di Angela Merkel, dopo una batosta elettorale – in proporzione – anche più grave di quella del Pd di Renzi. In Gran Bretagna il Partito laburista si è affidato alla sinistra vintage di Jeremy Corbyn, leader della vecchissima guardia che ha fatto innamorare i giovani ma ha perso per due punti percentuali le elezioni di giugno 2017.

In Francia ci sarebbe l'eccezione di Emmanuel Macron, il candidato liberal che ha frenato l'avanzata del Front national di Marine Le Pen. Anzi, un po' troppo liberal, visto che l'attuale presidente dell'Eliseo si è scontrato già in campagna con un candidato più a sinistra di lui (Jean-Luc Mélenchon) e ora è contestato dalla gauche per una riforma del lavoro accusata di sbilanciare il potere negoziale a favore delle imprese. In nessun caso, però, i progressisti hanno raggiunto l'irrilevanza elettorale uscita dalle urne italiane, perdendo la propria egemonia anche in fortini che avevano resistito indenni a 70 anni di Repubblica. L'esempio più doloroso è l'Emilia-Romagna, dove il centrodestra è cresciuto fino al 33%, infrangendo il tabù di una regione dipinta come “rossa” fino ai limiti della caricatura.

I delusi del Pd con M5S e Lega. I delusi di sinistra? A sinistra
L'anno zero del centrosinistra è frutto della fuga dei suoi elettori, andati via via scemando nelle ultime tornate elettorali. Il declino ha travolto soprattutto il Pd, rimasto il principale partito di centrosinistra nonostante la ridda di scissioni, correnti interne e «formazione indipendenti» che si sono susseguite negli anni di Renzi (e in quelli precedenti). YouTrend, una società di ricerca e analisi elettorale, ha evidenziato un calo della metà esatta degli elettori Dem nell'arco di 10 anni esatti: dai 12 milioni di votanti alla Camera nel 2008 per il Pd di Walter Veltroni ai 6 milioni alle politiche del 2018, appena quattro anni dopo il clamoroso exploit delle europee. Che fine hanno fatto i voti? E soprattutto, verso chi? L'Italia si è risvegliata il 5 marzo divisa a metà, fra il Nord virato sulla Lega e un centro-sud che ha scelto in blocco i Cinque stelle. Anche parte dell'elettorato Pd ha seguito la corrente, oscillando tra Di Maio e Salvini a seconda della collocazione geografica.

Rispetto alle elezioni del 2013, l'anno della «non vittoria» di Pierluigi Bersani, il Pd ha conservato solo il 53,1% dei suoi voti, perdendo il 16% a favore dei Cinque stelle e il 5,7% in direzione Lega. Una tendenza identica a quella che si è ripresentata nel confronto fra 2014 e 2018: rispetto alle europee, il Pd renziano ha conservato solo il 49,5% dei voti, cedendo il 16,5% dei suoi elettori ai Cinque stelle e addirittura il 6,9% alla Lega di Salvini. Va tutto sommato meglio alle (tante) liste che si collocano a sinistra dei dem. Ad esempio gli elettori che nel 2013 avevano scelto Sinistra ecologia e libertà, la lista capeggiata dall'ex presidente della regione Puglia Vendola, sono poi confluiti nel 2018 in due partiti coerenti con la scelta come Liberi e uguali (46,4%) e Potere al Popolo (22,2%), per un totale di quasi 7 voti su 10 rimasti nell'alveo della sinistra. E il Pd? Si affaccia con un timido 6,9%, poco sopra alla media di elettori attratti dall'esperienza di +Europa (5,1%).

Il Pd, ovvero la sindrome della “sinistra impopolare”
L'unica soddisfazione per il centrosinistra arriva dai grandi centri urbani, a partire da Milano, dove lo stesso Pd conquista la maggioranza dei voti. Una consolazione che rischia di tradursi in condanna: la percezione della sinistra come forza d'élite, compiaciuta nella sua bolla metropolitana mentre le province e il cosiddetto «paese reale» votano in tutt'altra direzione. Andrea Piazza, collaboratore di YouTrend, spiega che le cause dell'allontanamento dalla sinistra nascono proprio dall'incrocio di due fattori sottovalutati: la differenza enorme tra campagne e città (a Milano non si vota come nelle province di Bergamo o Siracusa) e l'incapacità di rispondere alle esigenze manifestate dall'elettorato delle fasce più deboli della popolazione. «Il Pd mantiene risultati tonici, sopra il 20%, solo fra pensionati, dirigenti e la classe intellettuale - dice Piazza - Le fasce popolari sono andate su Cinque stelle e Lega». Quando si parla di «fasce popolari» non si intendono gli operai, già slittati a destra dai primi anni 2000. Ma tutta una serie di categorie che si sentono tradite dal centrosinistra, colpevole di aver abdicato al suo ruolo di rappresentanza: dipendenti pubblici, disoccupati, ma anche dipendenti privati intimoriti dalla crisi e sprovvisti di un appiglio tra i partiti tradizionali. Categorie che chiedono risposte su problemi basilari, come il lavoro o la percezione di insicurezza. E si sono rivolti a chi dichiara di saperle soddisfare.

Ad esempio gli statali, virati in parte sui Cinque stelle, hanno subìto l'eco mediatica di due interventi giudicati «punitivi» come la riforma della Pa (cosiddetta riforma Madia) e quella dell'istruzione (Buona Scuola). «La riforma Madia è diventata nota come una reprimenda dei “furbetti del cartellino”, quella dell'istruzione per i trasferimenti forzati - dice Piazza - In realtà c'erano altri aspetti, ma non sono riusciti a emergere». E la Lega? Anche il partito di Salvini, come buona parte della destra populista europea, è riuscito a farsi percepire come una forza attenta ai diritti sociali. Anche se tradotti nella logica della difesa «degli italiani» contro gli ingressi di migranti. «Anche moltissimi elettori di matrice post comunista hanno finito per votare Lega - dice Piazza -Spinti dalla visione dell'immigrato come una minaccia ai diritti acquisiti». La debacle che ha atteso al varco il Pd assomiglia a quella di un'altra lista, circondata da attese superiori alle possibilità reali: +Europa di Emma Bonino, proiettata su ambizioni del 5% e finita poi sotto alla fatidica soglia del 3%. Numeri simili a quelli del Partito liberale, non a caso la forza che ne ricorda di più il programma: «Erano una bolla mediatica, ma si tratta comunque di un piccolo partito - fa notare Piazza - Il problema è un po' più grave quando si parla del partito che riuniva le due anime principali del paese».

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