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In Champions il calcio italiano paga l’eterno dilemma tra forza e gioco

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contropiede

In Champions il calcio italiano paga l’eterno dilemma tra forza e gioco

La Serie A italiana non allenante per le squadre che, come Juventus e Roma, devono fare strada in una grande competizione internazionale. Non lo perch nell’arco della stagione molto raramente, per non dire quasi mai, vengono davvero costrette a impegnarsi a fondo, a lottare, a giocare. In genere basta scendere in campo e la differenza la fanno i giocatori: molto pi forti (e con panchine molto, ma molto pi lunghe da un lato) e meno forti (e talvolta praticamente senza ricambi veri in panchina) dall’altra.

Prendere questa spiegazione come valida, per quanto veritiera nel fotografare la situazione del nostro calcio, sarebbe per un errore. Perch la stessa identica situazione, pi o meno, la si trova in altri campionati. A voler essere sinceri in tutti i campionati di alto livello, dei quali la Serie A italiana si picca ancora di far parte. Per tentare di capire il motivo delle sconfitte a ripetizione delle nostre squadre occorre fare un passo indietro, trovando il motivo per cui siamo arrivati a questa situazione.

La prima risposta, e la pi semplice che viene in mente, : perch gli altri sono pi forti. Non la risposta giusta, almeno a mio modesto parere, ma ci va molto vicino. E individua la causa dei nostri mali. Quasi per una maledizione genetica il nostro sport, non solo il calcio a essere sinceri, vive l’eterna contraddizione tra forza e gioco. Come se fossero due elementi disgiunti, tra i quali dover obbligatoriamente scegliere: o sei forte, oppure giochi bene. O sei forte, oppure fai ricorso al gioco (inteso come applicazione tecnica, tattica ed estetica dei princpi dello sport) per cercare di sopperire alla mancanza di forza.

Le foto della magica rovesciata di Ronaldo, che ringrazia

Dicevo che vale in tutti gli sport, faccio qualche esempio. Negli anni 70 il pugilato italiano, a livello di pesi massimi, era dominato da Dante Can e Bepi Ros: si alzavano dall’angolo e si scambiavano fendenti come i cavalieri antichi. Mazzate potenti, che entusiasmavano le folle e alle quali solo loro, o almeno cos sembrava, sapevano resistere. Imbattibili: questa era la sensazione che comunicavano a chi li seguiva nelle trasmissioni televisive in bianco e nero dell’epoca. Per, all’improvviso, quando il palcoscenico diventava internazionale le cose cambiavano: cuore, coraggio, potenza, tenacia restavano gli stessi, addiritura ne venivano esaltati, ma il risultato alla fine era una sconfitta. La forza non bastava, contro chi alla forza stessa sapeva aggiungere il gioco. Ovvero l’applicazione, a un livello pi alto, delle stesse regole di base condivise da qualsiasi pugile del mondo.

Foreman era molto pi forte di Muhammad Al, ma Al era immensamente pi bravo: con lui il piano di battaglia del picchia e basta, che aveva sfracellato un altro picchiatore come Joe Frazier, non poteva funzionare. E infatti sappiamo come andata a finire, con un incontro che vale la pena di rivedere almeno mille volte per capire, volta dopo volta, quale capolavoro di arte pugilistica sia stato compiuto dal pi grande.

Il calcio italiano si spesso, troppo spesso, cullato in questa illusione: che la forza fosse l’unica via percorribile. Ci sono stati tentativi, in epoche diverse, per trovare una strada diversa, ma alla lunga non hanno attecchito. La Nazionale italiana del 1938 and a giocare calcio in Francia, vincendo tra gli applausi un Mondiale che aveva iniziato tra fischi e insulti. La stessa Nazionale che 4 anni prima, in Italia, aveva alzato la Coppa Rimet picchiando gli avversari, pi che giocando a pallone. Ancora la Nazionale italiana del Mondiale in Argentina del 1978 (perso, a dire la verit) gioc il calcio pi bello del torneo, anche migliore di quello degli eroi del 1982: nonostante le sconfitte nella semifinale e nella finale per il terzo-quarto posto, nel ’78 i giornali di tutto il mondo titolavano sul gran gioco di Cabeza blanca, alludendo ai capelli grigi di Roberto Bettega.

Il Milan di Rocco e l’Inter di Herrera, ingiustamente ricordate come catenacciare, segnarono un’epoca giocando un calcio innovativo: fatto di contenimento e contropiede, ma con una qualit altissima. E del resto definire catenacciare squadre dove giocavano (insieme) Hamrin, Sormani, Rivera e Prati, e tra i nerazzurri Jair, Mazzola, Milani, Suarez e Corso, un errore nel quale pu incorrere solo chi, quelle squadre, non le ha mai viste giocare nemmeno nei filmati qualche anno pi tardi. Discorso che vale anche per il Milan di Sacchi, che ha segnato una svolta nel gioco a livello internazionale, e almeno in parte per l’Inter di Mourinho, per quanto fugace sia stata la sua presenza in Italia. Per il resto vorrei ricordare il Verona di Bagnoli, vincitore dell’unico campionato con il sorteggio integrale degli arbitri, il Vicenza di Paolo Rossi. E perch no, la Lazio di Giorgio Chinaglia e Tommaso Maestrelli.

Lampi improvvisi, pi o meno duraturi, che per non hanno acceso la scintilla della continuit. Alla fine tornava in auge il concetto della forza: perch quella era pi che sufficiente per dominare in Italia e spesso per fare strada, anche molta, in Europa. Vincere, per, tutta un’altra storia.

La Juventus, senza dubbio la pi forte delle squadre italiane da quando esiste il calcio nel nostro Paese, ha sempre perseguito la via della forza: come Dante Can e Bepi Ros. E vincendo molto, anzi moltissimo, ha fatto proseliti. Eppure il misero bottino in Champions a fronte di una catena interminabile di partecipazioni, e di finali perse, deve far riflettere. Proprio per la sua forza nettamente superiore a quella delle rivali la Juventus avrebbe avuto tutto il tempo, avendone voglia, di coltivare il gioco: per aggiungere al proprio arco la freccia che ancora le manca. E ripeto, per gioco intendo applicazione tecnica, tattica ed estetica dei princpi di questo sport. Credere che la sconfitta con il Real sia frutto della presenza di Ronaldo tra le fila dei blancos significa guardare il dito ignorando la luna. Significa continuare a lavorare per costruire una squadra pi forte e non una squadra migliore. E fare proseliti in questa direzione.

Il Napoli sta seguendo una via diversa e i frutti, per chi osserva con un po’ di attenzione e senza la lente del tifo le cose del nostro calcio, si vedono: mettendo a confronto la rosa di Juventus e Napoli non c’ un motivo, uno solo, per cui i partenopei debbano essere ridosso dei bianconeri nella classifica di Serie A. Come forza, semplicemente, non c’ possibilit di confronto. Eppure il gioco, la ricerca continua del gioco, li porta a ottenere un risultato che, vittoria finale o meno, deve restare nella storia di questo club.

Per una societ del livello della Juventus vincere la Champions non dovrebbe essere ritenuta un’impresa, come non lo se accade al Real o al Barcellona. Due finali in tre anni dicono che potrebbe mancare poco, ma che quel poco non si pu colmare con la forza. Anche perch, ragionando solo in termini di forza, oggi diventa indifendibile il vecchio adagio bianconero, firmato Boniperti: Vincere non importante, l’unica cosa che conta. Una convinzione che porta a buttare a mare quanto di buono fatto finora per cercare, dall’anno prossimo, di presentare una squadra ancora pi forte. Che inevitabilmente, sulla propria strada, prima o poi trover il suo Muhammad Al.

P.S. A vario titolo, e in anni diversi, la strada segnata dalla Juventus stata seguita in casa Inter, Milan, Roma e via dicendo. Non un problema di tifo o di tifosi. Vale per tutto il calcio italiano. Non c’ da sorprenderci se poi, con la Nazionale, perdiamo malamente due mondiali e al terzo non ci andiamo nemmeno.

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