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Il governo «difficile» e le alleanze europee

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m5S e lega

Il governo «difficile» e le alleanze europee

Se l’Italia avrà un governo politico (politico, si badi bene, non istituzionale), quest’ultimo si baserà sulla necessaria convergenza tra i 5 Stelle e la Lega (con eventuali alleati). Qualsiasi altra combinazione evocata è chiacchiera (oppure un modo per guadagnare tempo). Perché? Perché vi sono fattori interni ed esterni che spingono verso quella convergenza governativa. Anche se, contemporaneamente, gli stessi fattori la renderanno quanto mai problematica. Vediamo meglio. Per quanto riguarda i fattori interni, è evidente che i leader che hanno vinto le elezioni non potranno disattendere gli impegni presi con i loro elettori. Anche se è stupefacente che il capo politico dei 5 Stelle possa dichiararsi disponibile a modulare il programma del proprio partito a seconda di chi è disposto a mandarlo al governo, tuttavia le aspettative degli elettori non sono altrettanto fungibili. Chi ha votato per i due partiti più votati si aspetta un governo di discontinuità verso il passato. Un governo che promuova il reddito di cittadinanza (comunque venga chiamato), che attivi l’espulsione di centinaia di migliaia di immigrati illegali, che introduca una significativa de-fiscalizzazione, che riveda la legge Fornero sull’età pensionabile. Si tratta di politiche diverse tra di loro, ma tutte collocate al di fuori del “sentiero stretto” perseguito dai precedenti governi. Così, per rispondere alle aspettative dei loro elettori, i 5 Stelle e la Lega sono spinti a coordinarsi per portare l’Italia fuori da quel sentiero.

Tuttavia, senza una revisione radicale del sistema delle politiche pubbliche dell’Unione europea (Ue), non sarà possibile, per quei partiti, rispondere alle aspettative dei loro elettori. Poiché 5 Stelle e Lega non vogliono uscire dalla Ue (o almeno così dicono), dovranno allora presentarsi in Europa con un governo coerente, messo nella condizione di costruire le necessarie alleanze per cambiare quel sistema di politiche pubbliche. Nella Ue vi sono due arene in cui le alleanze debbono essere costruite. La prima arena è intergovernativa, rappresentata dal Consiglio europeo e dal Consiglio dei ministri.

Queste istituzioni funzionano sulla base di coalizioni contingenti tra governi, quando in gioco vi sono obiettivi specifici di politica pubblica. Tuttavia, quando in gioco vi sono decisioni che hanno effetti distributivi tra gli Stati, allora quelle istituzioni funzionano sulla base di alleanze quasi-permanenti tra governi appartenenti ad aree politico-territoriali distinte. Vi è l’alleanza dei Paesi dell’Est e del Centro (il gruppo di Visegrad allargato), vi è l’alleanza dei Paesi euro-realisti ed euro-scettici del Nord (oggi guidata dall’Olanda), vi è infine l’alleanza franco-tedesca con i suoi alleati dell’Ovest. La convergenza governativa tra 5 Stelle e Lega dovrà dunque trovare una collocazione in tale sistema di alleanze, se vuole ottenere (ad esempio) la riforma della Convenzione di Dublino (che regola il diritto d’asilo) oppure la sospensione del Fiscal Compact (con i suoi rigidi vincoli fiscali). Ed è qui che insorgeranno i problemi. Infatti, i Paesi di Visegrad sono contrari a ogni riforma della politica migratoria, i Paesi del Nord sono contrari a ogni scelta che possa ridurre il rigorismo fiscale, la Francia e la Germania non hanno alcun interesse (per ragioni interne) a offrire una sponda a un governo sovranista italiano. E allora, con l’aiuto di chi potranno modificare i vincoli europei?

Vi è una seconda arena in cui si possono influenzare quei vincoli, il Parlamento europeo. Il momento è propizio. Tra il 23 e il 26 maggio dell’anno prossimo si terranno le elezioni per il suo rinnovo quinquennale. Sarà il nuovo Parlamento che dovrà trattare con i governi nazionali il quadro finanziario pluriennale (per il periodo post-2020). Peraltro, insoddisfatto verso i governi nazionali, il Parlamento europeo ha già proposto di confermare (anche per le elezioni del 2019) il meccanismo dello spitzenkandidaten (in virtù del quale il capolista di una lista europea è candidato al ruolo di presidente della Commissione nel caso quella lista ottenga la maggioranza relativa dei seggi parlamentari). La logica elettorale spingerà dunque verso la convergenza tra i 5 Stelle e la Lega. È vero che (ora) la Lega fa parte del raggruppamento di estrema destra di Europe of Nations and Freedom, guidato dalla francese Marine Le Pen e i 5 Stelle fanno parte di Europe of Freedom and Direct Democracy, guidato dall’indipendentista inglese Nigel Farage. È però probabile che il meccanismo dello spitzenkandidaten spingerà verso un’aggregazione delle due forze nazionaliste, oltre che a una loro apertura ad altri gruppi nazionalisti. Tuttavia, tale aggregazione continuerà ad essere politicamente debole nel futuro Parlamento europeo (i due raggruppamenti in questione, insieme, contano oggi 84 su 751 seggi). Anche se i partiti e movimenti sovranisti avranno successo nelle elezioni del maggio 2019, è improbabile che potranno acquisire una forza tale da determinare le future scelte del Parlamento europeo (se non altro per l’assenza dei nazionalisti inglesi).

Quelle scelte verranno determinate invece dai principali raggruppamenti politici. Tant’è che il clima elettorale si è già riscaldato. La Francia di Macron, ad esempio, si è dichiarata insoddisfatta verso il meccanismo dello spitzenkandidaten, in quanto esso garantisce al principale partito di centro-destra il controllo della presidenza della Commissione. I Cristiano-democratici dello European People’s Party, infatti, sono diventati il partito di maggioranza quasi permanente, dopo gli allargamenti della Ue verso Est. Basti pensare che, oggi, controllano la presidenza della Commissione, del Consiglio europeo e del Parlamento europeo. Naturalmente, si tratta di una maggioranza contendibile (oggi hanno 217 su 751 seggi) tant’è che si è già avviata nel centro-sinistra una discussione per creare una coalizione competitiva (probabilmente costituita dai Socialisti e democratici della Progressive Alliance, che ha oggi 190 seggi, dalle componenti più europeiste della Alliance of Liberals and Democrats, 70 seggi complessivi, e dal movimento macroniano). Comunque sia, in questo come nel nel futuro Parlamento europeo, sarà difficile, per un governo sovranista italiano, trovare alleati per modificare le politiche europee.

Insomma, se è vero che vi sono fattori interni ed esterni che spingono verso una convergenza governativa tra i due partiti (5 Stelle e Lega) più votati nelle elezioni del 4 marzo scorso, è anche vero che quella convergenza, se si realizzerà, dovrà risolvere un puzzle non facilmente risolvibile. Ovvero, come soddisfare le aspettative create nei propri elettori con limitate risorse interne e ancora più limitate alleanze esterne?

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