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Il voto in autunno ballottaggio anomalo fra Di Maio e Salvini

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osservatorio

Il voto in autunno ballottaggio anomalo fra Di Maio e Salvini

Il Pd è a un bivio. O corre il rischio di fare un governo con il M5S o corre il rischio di elezioni anticipate. E il secondo di questi rischi non è meno grave del primo. Infatti, un eventuale voto a settembre si svolgerebbe in un contesto molto diverso da quello dello scorso marzo. Allora gli elettori si sono trovati di fronte tre forze politiche, due coalizioni e un partito singolo, di cui non conoscevano la reale consistenza elettorale e l’effettiva possibilità di vincere, cioè di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e quindi di fare il governo. A settembre gli stessi elettori avrebbero molte informazioni che a marzo non avevano. Oggi sanno che le due forze che si possono contendere la vittoria sono il centro-destra e il M5S perché ne hanno potuto misurare la forza elettorale il 4 marzo. Sanno che Salvini ha più consensi di Berlusconi e che quindi sarà lui il premier in caso di vittoria. E sanno che il voto del 4 marzo ha prodotto uno stallo per l’incapacità dei partiti a formare una qualunque coalizione.

Se si torna a votare vuol dire che saranno gli elettori a dover risolvere lo stallo. Con una sorta di ballottaggio tra i due contendenti arrivati primo e secondo a quel primo turno che è stato il voto del 4 marzo. Il voto di settembre sarà il ballottaggio che la Consulta ha negato con la sua sentenza del gennaio 2017. Un ballottaggio non tra Di Maio e Renzi, come sembrava possibile allora, ma tra Di Maio e Salvini. Perché non c’è dubbio che saranno il leader del M5s e quello della Lega a sfidarsi in una partita la cui posta in palio sarà il governo del Paese. Con il Pd che rischia di stare a guardare.

Per Di Maio e Salvini sarà relativamente facile impostare la campagna elettorale come una sfida tra loro. Il tentativo di trasformare una competizione proporzionale - visto che il sistema elettorale è prevalentemente tale - in una sfida maggioritaria è già stato fatto durante la precedente campagna elettorale. Ha funzionato poco per mancanza di informazioni che ora invece sono disponibili. E queste informazioni serviranno a una quota di elettori per votare in modo utile. Cioè per esprimere non la loro prima preferenza a favore del partito e del candidato che piace di più, ma per quello che dispiace di meno tra Di Maio e Salvini.

Quanti saranno gli elettori che si comporteranno in modo strategico che è il termine utilizzato nella “teoria delle elezioni”? Non lo sappiamo ora. Una stima si potrebbe fare con sondaggi mirati. Ma fin d’ora sappiamo che questi elettori ci sono. E come lo sappiamo noi, lo sanno Di Maio e Salvini che faranno una campagna elettorale tale da far passare questo messaggio.

Salvini ha già cominciato. Non crede al governo M5S-Pd. Non vuole un governo di transizione. Vuole le elezioni. Per sperare di vincerle deve tenersi stretto Berlusconi. La sintonia con il Cavaliere poggia su queste basi. Sarà lui il candidato premier del centro-destra. E la sua campagna elettorale sfrutterà il messaggio “o me o Di Maio”. Avrà a disposizione buoni argomenti. In mesi di negoziati Di Maio non è riuscito a fare un governo. Il voto al M5s è stato un voto sprecato. Noi volevamo fare il governo con lui ma non ha voluto. Solo il centro-destra può dare un governo al paese. E così via.

Dall’altra parte anche Di Maio avrà un incentivo a usare lo stesso tipo di messaggio. Se non volete un governo Salvini-Berlusconi votate me. Abbiamo provato a fare un governo con Salvini ma ci è stato imposto di prenderci anche Berlusconi che rappresenta il passato. Ci abbiamo provato anche con il Pd ma non hanno voluto. Dateci i voti per governare da soli. E così via.

Questo sarà lo schema della prossima campagna elettorale. Funzionerà? Vale a dire, servirà a fare in modo che il voto dia una maggioranza assoluta di seggi al M5s o al centro-destra ? È difficile. Lo abbiamo scritto più volte su questo giornale: non basta arrivare al 40% dei voti per produrre questo esito. Occorre vincere tanti collegi uninominali.

E questo vuol dire che Di Maio ne dovrebbe strappare tanti a Salvini al Nord o che Salvini dovrebbe riuscire a fare la stessa a spese del M5s al Sud. Non sarà impresa facile né per l’uno né per l’altro. Dato che i due contendenti sanno quali sono i loro punti di forza - il Nord per Salvini e il Sud per Di Maio - un altro dei rischi di eventuali prossime elezioni è che si accentui ulteriormente la spaccatura del Paese tra Nord e Sud.

Chiudiamo sul Pd da cui siamo partiti. Il partito (di chi?) rischia a fare il governo con il M5S, ma rischia anche a non farlo. In entrambi i casi il rischio aumenta perché in un contesto politico in cui contano i leader il Pd non ne ha uno. Né sembra molto probabile che la direzione del 3 maggio sia in grado di sostituire il punto interrogativo con un nome.

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