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Da Franceschini a Gentiloni, da Calenda a Zingaretti, ecco chi sono gli…

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verso la direzione dem

Da Franceschini a Gentiloni, da Calenda a Zingaretti, ecco chi sono gli uomini forti del Pd

Nessuna conta sanguinosa nel partito. Tregua armata sul documento che conferma la fiducia al reggente Martina e no ad ogni ipotesi di governo del Pd con Di Maio o Salvini. È così che potrebbe concludersi la direzione dem prevista nel pomeriggio. Restano fortissime però le tensioni tra i dem: a confrontarsi sono gli uomini forti del Pd. Dall’ex segretario Matteo Renzi, al ministro dei beni Culturali Dario Francescini, dagli emergenti Carlo Calenda (ministro dello Sviluppo) e Nicola Zingaretti (governatore del Lazio) al premier Paolo Gentiloni, che, dato il ruolo che ancora ricopre, ha mantenuto finora un comportamento defilato.

Il ritorno in campo dell’ex segretario
Dimessosi da premier dopo la batosta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Matteo Renzi è rimasto in secondo piano dopo l’addio anche alla segreteria a seguito della debacle elettorale del 4 marzo. Tuttavia l’ex sindaco di Firenze ha dimostrato tutto il suo peso e il suo seguito domenica scorsa, con l’irruzione sulla scena e l’intervista a “Che Tempo che fa” nella quale ha stroncato ufficialmente ogni ipotesi di fiducia a un governo Di Maio o Salvini. L’ex segretario ha ancora la maggioranza in direzione e nei gruppi parlamentari del Pd.

Franceschini e lo scontro con l’ex rottamatore
Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini è considerato l’unico che, a livello di macchina, può spostare davvero gli equilibri nel Pd. Già nella scorsa legislatura furono i parlamentari a lui vicini che permisero il passaggio dall’era bersaniana a quella renziana dopo le primarie che incoronarono l’ex rottamatore. Iscritto nel partito dei “governisti” o “aperturisti” a un esecutivo con il M5s, ha visto deteriorarsi i rapporti con Renzi. Dalla sua Franceschini - che paga lo scotto di aver perso malamente la sua battaglia elettorale a Ferrara - ha 20 delegati in direzione.

Delrio renziano critico
In direzione c’è Graziano Delrio, che nel suo ruolo chiave di ministro delle Infrastrutture è emerso come figura di primo piano nel partito. Vicino a Renzi, ha acquisito piano piano una certa autonomia. Eletto capogruppo alla Camera, si può considerare un renziano critico. Annoverato tra i “mediatori” insieme al coordinatore dem Lorenzo Guerini, non è considerato da Renzi certo un nemico, tanto che fu lo stesso ex premier a cercare di convincerlo a fare il segretario in vista dell’assemblea (proposta declinata, sembra, per motivi personali) poi rimandata. Ma la sua scelta come capogruppo fu lodata anche da Dario Franceschini e Andrea Orlando, contrari alla scelta dell’Aventino dem. E Delrio si è pronunciato a favore di un congresso ravvicinato, a differenza di Renzi.

La difficile mediazione di Martina
Il reggente Maurizio Martina aveva vinto il Congresso in ticket con Renzi, facendo il suo vice. Ex ministro dell’Agricoltura, dopo la sconfitta del Pd il 4 marzo e le dimissioni di Renzi, è stato trovato nel partito un accordo sul suo nome per la reggenza. Un ruolo che gioco forza lo ha messo in primo piano. Pur cercando di tessere la tela della mediazione, invocando «unità» e offrendo «collegialità», Martina ha incontrato sempre maggiori difficoltà: critiche e attacchi alla sua linea considerata troppo “governista” sono arrivate sempre più dai renziani.

La variabile Calenda
Iscrittosi al Pd all’indomani della sconfitta alle elezioni del 4 marzo, Carlo Calenda è considerato un astro nascente nel partito. Arrivato al vertice del ministero della Sviluppo economico quasi come figura tecnica, da quella posizione ha visto crescere il suo attivismo politico, tanto che si sono scomodati paragoni con Emmanuel Macron. E proprio Matteo Renzi chiese al suo portavoce di far sapere alla stampa che «è stato lui il primo a sentirsi con Calenda e ad apprezzare la sua decisione» di iscriversi al Pd. Netta la posizione contraria di Calenda ad un governo Pd-M5s, che certo un suo peso lo avrà, pur non essendo il ministro presente in direzione. «In caso di alleanza mi dimetterei da nuovo iscritto», ha dichiarato.

Il premier Gentiloni defilato
Il premier Paolo Gentiloni figura ancora tra i componenti della direzione Pd. Tuttavia, dato il suo ruolo di premier (anche se dimissionario), ha preferito non entrare nelle polemiche che hanno investito il partito dopo il 4 marzo. Considerato vicino a Renzi, e proprio per questo scelto come suo successore a Palazzo Chigi dopo la sconfitta al referendum costituzionale, Gentiloni è ora uno dei leader del Pd. Forte anche sella sua vittoria nel collegio uninominale Roma 1 alla Camera (42,1% dei consensi). Non sono mancati momenti di tensione con lo stesso Renzi, come per esempio durante la riconferma del governatore Ignazio Visco.

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La minoranza di Orlando
Il Guardasigilli Andrea Orlando è l’uomo della minoranza che ha sfidato Renzi alle primarie. Partendo da una piattaforma più di “sinistra” e aperta al dialogo con gli scissionisti di Mdp. Orlando ha criticato la scelta (presa da Martina su pressing dei renziani) di rinviare l’Assemblea Nazionale di aprile. E accusa Renzi, con le sue “incursioni”, di costringere il partito a non avere una linea. Soprattutto sostiene che nessuna seria discussione sia stata avviata sulle cause della sconfitta del 4 marzo.

Il pasdaran Emiliano
Favorevole sin dalla campagna elettorale ad un governo M5s con appoggio esterno Pd, il governatore della Puglia Michele Emiliano (già sfidante di Renzi alle ultime primarie), ha chiesto con inisistenza di «aprire una discussione franca col M5S». Ponendosi come punto di riferimento dell’ala del partito che guarda a sinistra, è convinto che « salvaguardare i nostri punti di vista politici e le nostre conquiste, sia pure negoziandoli col partito di maggioranza relativa partendo dai programmi di quest’ultimo, serve al Pd ed è utile all’Italia».

Zingaretti, il governatore vincente
Di fronte alla debacle politica del Pd il 4 marzo, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, con la sua riconferma alla guida della Regione, è emerso come figura di primo piano nel partito. Tanto da fare un passo avanti di fronte all’ipotesi di primarie del Pd per la scelta del nuovo segretario post-Renzi. Durante la precedente consiliatura in Regione il governatore si è tenuto lontano dalle lotte di partito, anche se non ha fatto mancare il proprio consenso a tutti gli sfidanti di Matteo Renzi, alla premiership prima e alla segretaria nazionale poi: Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando. Uomo “di governo” ma che ha sempre tenuto aperti i canali con la sinistra fuori dal Pd, in questa fase, si è messo sulla linea dialogante con il M5S «a partire dai temi».

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