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Prima notaio e poi decisore. La metamorfosi di Mattarella

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arbitro politico

Prima notaio e poi decisore. La metamorfosi di Mattarella

Nell'esercizio delle loro funzioni, i nostri presidenti della Repubblica hanno tenuto d'occhio la classica opera di Walter Bagehot sulla Costituzione inglese. Un libro che fotografa in maniera egregia le istituzioni britanniche ai tempi della regina Vittoria. Un uomo poliedrico, Bagehot. Banchiere. Saggista. Politologo. Direttore ed editorialista per quasi un ventennio dell'"Economist". Autore di un saggio sulla Banca d'Inghilretta, "Lombard Street". Ma chi ne ha tratto maggiore profitto sono i due costituzionalisti avvicendatisi al Quirinale: Francesco Cossiga e Sergio Mattarella.

Con la memoria di ferro che si ritrova, beato lui, quest'ultimo potrebbe recitare senza avere il testo davanti i due capitoli dedicati alla monarchia. E in particolar modo il passo sulle prerogative che ad essa Bagehot assegna. Così scrive: "Il sovrano, in una monarchia costituzionale come la nostra, ha tre diritti: quello di essere consultato, quello di incoraggiare, quello di mettere in guardia".
In vista della problematica formazione del governo, nella prima fase Mattarella ha posto l'accento sul primo diritto: quello di essere consultato. Più che parlare, ha ascoltato. E lo ha fatto a più riprese. Come testimoniano i tre giri di consultazioni al Quirinale intervallati dai due mandati esplorativi conferiti ai presidenti dei due rami del Parlamento, Casellati e Fico. Si direbbe che in questa fase si è atteggiato a notaio che registra le posizioni delle delegazioni dei vari partiti. Ma siamo davvero sicuri che le cose stiano così? Qualcuno ha detto che forse Mattarella se l'è presa fin troppo comoda. Ma se ha temporeggiato come Quinto Fabio Massimo, l'ha fatto a ragion veduta.

Non si è mai dato il caso di una legislatura nata morta. Ed è noto che Mattarella avrebbe fatto di tutto per scongiurare questa iattura. Tanto più che la legge elettorale sarebbe stata la stessa che ci ha portato a questa impasse. E i risultati, sia pure con qualche significativa variazione, forse non avrebbero assegnato la palma della vittoria a nessuno. Perciò, più che mero notaio, Mattarella ha condotto il gioco senza darlo troppo a vedere. Con una pazienza degna di Giobbe, ha concesso ai partiti tutto il tempo richiesto. E anche di più. Allo scopo di arrivare a una data tale da giustificare le elezioni nella seconda metà di luglio. Un'eventualità più unica che rara. Quel po' di timor di Dio instillato dal capo dello Stato ha fatto miracoli. Perché non appena ha annunciato che in mancanza di alternative avrebbe proceduto alla nomina di un governo neutrale di propria personale fiducia, Salvini e Di Maio hanno scoperto all'improvviso insospettabili affinità elettive.

Com'è stato notaio solo in apparenza, al pari di Einaudi (Mattarella docet), così l'attuale inquilino del Colle soltanto in apparenza ha vestito in seguito i panni del decisore. Per non dire del Castigamatti. Difatti il paragone con i paletti imposti dal presidente Scalfaro al primo governo Berlusconi nel maggio del 1994, non hanno nulla a che fare con i "paletti" di Mattarella. Scalfaro è stato il più parlamentarista dei presidenti della Camera, dopo esserne stato un eccellente vicepresidente. E, quando si dice il paradosso, il più interventista dei presidenti della Repubblica. Quei paletti almeno in parte furono la conseguenza dell'antipatia – posso testimoniarlo – dell'allora capo dello Stato nei confronti del Cavaliere. Cordialmente ricambiata, del resto. Mattarella no. Al confronto è una sfinge. Non ha avuto riguardi per nessuno: tanto meno per il suo partito di provenienza. E non ha dato un preincarico a Salvini perché forse neppure Depretis avrebbe ottenuto una maggioranza parlamentare affidabile grazie a un trasformismo a parole condannato da tutti.

Più semplicemente, Mattarella ha dato i numeri. Ma quelli giusti, quelli della Carta fondamentale della Repubblica. Perciò a lui si adatta alla perfezione il titolo di un famoso articolo di Calamandrei sul suo "Ponte" a commento del discorso d'insediamento di Giovanni Gronchi appena eletto alla carica di supremo magistrato della Repubblica. Viva vox constitutionis. Proprio così. Ed ecco evocati gli articoli 11 sulle limitazioni di sovranità, 117 sui vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, e soprattutto 92, in forza del quale il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. E allora gli aspiranti governanti si scordino di salire al Quirinale con un pacchetto di nomine già pronto all'uso. Prima Mattarella conferirà l'incarico e poi, se andrà a buon fine, procederà alla nomina del presidente del Consiglio. Dopo di che discuterà con quest'ultimo la lista dei ministri. Tutto, ma proprio tutto, nel segno della Costituzione.

paolarmaroli@tin.it


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