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Il capo dello Stato, il premier e sua maestà la Partitocrazia

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L'Analisi|analisi

Il capo dello Stato, il premier e sua maestà la Partitocrazia

Non è un mistero che Sergio Mattarella avrebbe preferito al Quirinale un interlocutore politico. Perché solo una personalità con caratura politica avrebbe avuto più probabilità di far valere le prerogative che assegna al presidente del Consiglio la Costituzione. Ed è probabile che il curriculum edulcorato del professor Giuseppe Conte per un momento abbia rafforzato le sue perplessità. Ciò nondimeno, dopo una pausa di riflessione che ha tenuto in ansia protagonisti e comprimari del teatrino della politica, il capo dello Stato ha convocato mercoledì pomeriggio sul Colle il docente di diritto privato dell’ateneo fiorentino.

Perché? Uomo di buone letture, Mattarella si sarà ricordato delle parole di Vittorio Emanuele III: «I miei occhi e le mie orecchie sono la Camera e il Senato».

È ben vero che ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione è al supremo magistrato della Repubblica che spetta la nomina del presidente del Consiglio. Ma, in un regime parlamentare come il nostro, non può non tenere nel debito conto i desiderata dei diarchi della maggioranza parlamentare. I quali, a sua ribadita domanda, hanno confermato all’unisono il nome di Conte. Secondo l’immagine di Giuliano Amato, l’inquilino del Colle ha a disposizione una fisarmonica. Si restringe in tempi di bonaccia e si allarga quando ci si muove a vista. Come per l’appunto adesso. La figura del presidente della Repubblica disegnata dall’Assemblea costituente presenta zone d’ombra. Tuttavia risuonano ancora oggi le parole di Meuccio Ruini. Secondo il quale il capo dello Stato non è un «evanescente personaggio». Ma è invece «il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica».

Così Mattarella ha sequestrato nella propria dimora il professor Conte per quasi due ore. E, secondo i canoni tradizionali, lo ha tenuto a consulto, lo ha incoraggiato, lo ha messo in guardia. E solo quando il suo interlocutore ha dimostrato di aver compreso il latinorum, Mattarella gli ha dato disco verde con il conferimento di un incarico accettato con la consueta riserva. Il fatto che Conte abbia mandato a mente la lezione, lo provano le sue dichiarazioni subito dopo il colloquio. Conte sostiene di essere un mediatore nato. E di sicuro dice il vero. Perché si è tenuto in equilibrio come un funambolo senza rete tra le severe raccomandazioni del capo dello Stato e le parole d’ordine dei suoi committenti Di Maio e Salvini.

Da un lato Conte ha recitato il canovaccio concordato con il suo interlocutore confermando la collocazione europea del nostro Paese. Dall’altro ha dato più di un contentino ai diarchi con l’assicurazione che il suo «sarà il governo del cambiamento». Ma si può cambiare anche in peggio. Che sarà «un governo dalla parte dei cittadini, che tuteli i loro interessi». Quasi che tutti i governi precedenti remassero contro. E dopo che Di Maio l’aveva definito – chissà perché – amico del popolo, Conte ci ha messo del suo dipingendosi come «avvocato difensore del popolo italiano». Probabilmente immemore delle parole di Ettore Petrolini, preoccupato più delle frasi sfatte che delle frasi fatte. E che dire di una Terza Repubblica dai confini tutti da decifrare?

Governo, le consultazioni di Conte con i partiti

Di qui a poco Conte tornerà al Quirinale per sciogliere la riserva e sottoporre all’attenzione del capo dello Stato la lista dei ministri. E qui si parrà la nobilitate del neo presidente del Consiglio. Solo allora sapremo se si avvarrà sul serio di tutte le prerogative conferitegli dalla Costituzione o sarà invece un puro e semplice notaio della diarchia imperante. Per il momento merita una severa condanna il maldestro tentativo di sminuire i poteri del presidente del Consiglio incaricato e perfino del capo dello Stato da parte di Sua Maestà la Partitocrazia, tornata ad alzare la cresta come non mai. In ogni caso Mattarella, piaccia o no, avrà voce in capitolo. Oltre alla Carta fondamentale della Repubblica, ce lo dicono i precedenti, le prassi, le consuetudini, le convenzioni costituzionali. Certo, l’indirizzo politico è prerogativa del governo. Ma l’inquilino del Colle potrà avvalersi della cosiddetta moral suasion. E c’è chi è andato ben oltre. Nel biennio picconatorio Cossiga impose a un Andreotti renitente Martinazzoli come ministro per le Riforme costituzionali e D’Onofrio come sottosegretario. E Scalfaro dirottò dalla Giustizia alla Difesa Previti per far posto a Biondi. Oltre a piantare i ben noti paletti programmatici. Destinati a tornare d’attualità. Perché le leggi di attuazione di un programma con tante parole multiuso e pochi numeri non conformi alla Costituzione verranno rinviate alle Camere. Soprattutto se in contrasto con quell’articolo 81 voluto nella sua originaria stesura da Luigi Einaudi.

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