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Impeachment, accuse al Colle infondate. Saranno un boomerang

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attacco al quirinale

Impeachment, accuse al Colle infondate. Saranno un boomerang

Non appena svaniti i sogni di gloria di un governo a trazione pentastellata, Luigi di Maio ha ventilato l’ipotesi di promuovere lo stato d’accusa nei riguardi di Sergio Mattarella per attentato alla Costituzione. Ma un’ipotesi del genere è stravagante. Si fonda sul nulla.

Si addebita al capo dello Stato di essersi avvalso dell’articolo 92 della Costituzione.

Il capoverso, ormai lo sanno anche le massaie rurali, recita così: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».

Il leghista Roberto Calderoli, si sa, da gran tempo aspira a una cattedra di diritto costituzionale. E, con l’idea di mettere con le spalle al muro i chiosatori della disposizione appena menzionata, ha estratto dal cilindro una pagina delle “Istituzioni di diritto pubblico” di un mostro sacro del giure come il compianto Costantino Mortati. A pagina 568 dell’edizione del 1976 osserva che la proposta del presidente del Consiglio dovrebbe ritenersi strettamente vincolante per il capo dello Stato. Sì, ma aggiunge che la prassi ha operato in senso degenerativo. Perché ha «condotto ad affidare ai partiti la designazione delle persone da prescegliere per le cariche ministeriali, o addirittura dei dicasteri cui assegnarle». E così conclude: «Accolta la prassi qui deplorata, si dovrebbe per lo meno richiedere che i partiti ampliassero di tanto il numero dei designati quanto sia necessario a consentire al presidente (del Consiglio, n.d.a.) una cernita, almeno in qualche misura discrezionale».

Si dà il caso che Giuseppe Conte non ha avuto alcun margine di autonomia. Subito dopo aver ricevuto l’incarico, ha sì messo il “cappello” suggerito da Mattarella alle dichiarazioni messe nero su bianco dai “diarchi”. Ma solo dopo aver ottenuto il beneplacito di questi ultimi. E nella formazione della lista dei ministri è stato utilizzato come un portalettere da spedire senza indugio al Quirinale. È per l’appunto su questo che Mattarella ha avuto da ridire. Perché la forza del diritto in una democrazia degna di questo nome deve avere il sopravvento sul diritto della forza. Senza contropoteri, non c’è che la tirannide della maggioranza stigmatizzata da Alexis de Tocqueville. D’altra parte, fin dai tempi di Luigi Einaudi il presidente della Repubblica ha detto la sua nel procedimento di formazione del governo. Solo che un tempo la riservatezza impediva di conoscere per filo e per segno l’influenza esercitata dal Quirinale.

Il guaio è che la grammatica costituzionale non è alla portata di tutti. Così è indecifrabile la consecutio temporum auspicata da Di Maio, secondo il quale prima il Colle va messo in stato d’accusa e poi si vota. Un espediente per rinviare le elezioni alle calende greche? È poi inammissibile che il capo grillino consideri lo stato d’accusa un’alternativa ai moti di piazza. Ma poi, di che si parla? L’attentato alla Costituzione consiste in un sovvertimento dei principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano. Un tentativo di colpo di Stato, insomma. Ora, ammesso e non concesso che un Parlamento allo sbando metta sul banco degli imputati Mattarella, di sicuro la Corte costituzionale in versione allargata lo assolverà con formula piena. Perché, che diamine, ci sono dei giudici alla Consulta. E l’improvvida iniziativa di Di Maio si ritorcerà come un boomerang contro lui stesso.

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