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Chi è Pierluigi Ciocca, l’ex vicedirettore generale di Banca…

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Chi è Pierluigi Ciocca, l’ex vicedirettore generale di Banca d’Italia possibile ministro dell’Economia

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Economista con una lunga carriera interna alla Banca d’Italia, abruzzese (è nato a Pescara nel 1941), Pierluigi Ciocca è il nome che Luigi Di Maio ha proposto a Matteo Salvini per il ministero dell’Economia del primo governo penta-leghista. È l’alternativa a un altro economista con un passato a via Nazionale, Paolo Savona, le cui posizioni sull’euro hanno spinto il capo dello Stato Sergio Mattarella a non firmare la nomina a successore di Pier Carlo Padoan domenica scorsa. Ipotesi che, però, Ciocca smentisce.

Ciocca è entrato nell’istituto di via Nazionale nel settembre del 1967 e ne è uscito dopo quasi quattro decenni da vicedirettore generale dopo essere stato consigliere economico del governatore, anche nei lunghi anni della guida di Carlo Azeglio Ciampi. Si dimise, in anticipo di due anni rispetto alla scadenza naturale, il 19 dicembre 2005, giorno in cui l’allora governatore Antonio Fazio (l’ultimo con incarico a vita), di cui Ciocca fu stretto collaboratore, lasciò l’incarico dopo l’inchiesta giudiziaria su AntonVeneta. Il suo posto fu preso un anno più tardi da Ignazio Visco, destinato a diventare governatore della Banca d’Italia nel novembre 2011.

Conclusa la sua carriera in Banca d’Italia Ciocca ha tenuto una posizione defilata con poche apparizioni pubbliche dedicandosi alla pubblicazione di saggi. L’ultimo è un libro scritto a quattro mani con Angelo Bolaffi dal titolo Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca (Donzelli). «L’Europa - ha spiegato Ciocca - deve battere su un punto: la golden rule, regola aurea in base alla quale l’investimento pubblico efficiente deve potersi finanziare a debito almeno all’avvio, e poi si ripaga, come diceva Keynes. Questo è, secondo me, lo snodo fondamentale».

L’ex vicedirettore generale ha dedicato riflessioni anche al capitalismo che ha spiegato, «pone tre problemi inestricabilmente connessi», da lui definiti delle “tre I”: instabilità, iniquità, inquinamento. «Questi tre mali vanno considerati congiuntamente e nei limiti del possibile leniti, non dico curati» disse in un’intervista al Manifesto di qualche anno fa. Sottolineando però che la crescita resta condizione indispensabile: «Se il capitalismo non crescesse l’instabilità si accentuerebbe e non vi sarebbero margini per correggere l’iniquità distributiva».

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