Italia

La scommessa della crescita, senza la stampella del Qe

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|bankitalia

La scommessa della crescita, senza la stampella del Qe

Dopo la Bce,che ha appena ridimensionato la crescita dell' eurozona, portando l'incremento di prodotto stimato per quest'anno da un più 2,4 a un più 2,1, anche Bankitalia sforbicia l'outlook del nostro paese, limando il Pil di uno 0,1 per cento per l'intero triennio 2018-2020. Lo sviluppo previsto dalla banca centrale sarà dunque +1,3% per quest'anno (il Def sinora parlava dell'1,5%) e +1,1% nel 2019 e nel 2020.

Si tratta di una valutazione datata 22 maggio, quindi formulata prima delle turbolenze di mercato per le incertezze della politica italiana e prima dell'insediamento del nuovo governo. E la limatura è dovuta, spiegano gli economisti di via Nazionale, essenzialmente al rialzo del prezzo del petrolio (i futures consentono di valutare le quotazioni petrolifere a circa 74 dollari al barile nel prossimo biennio) che pesa sul potere d'acquisto delle famiglie e sui consumi. E' da precisare, inoltre, che questa stima, così come ha già fatto la Commissione Ue, non tiene conto delle clausole di salvaguardia sull'Iva.
Ce n'è comunque quanto basta per trovare conferma che per l'Italia è ancora e sempre lo sviluppo economico la vera scommessa da vincere. Perché è una crescita sana, ottenuta possibilmente senza aumentare sic et simpliciter il disavanzo, ciò che garantisce il percorso di risanamento del deficit e di rientro dal debito pubblico.

Negli anni scorsi un grosso aiuto, su questo terreno, è venuto dal Quantitative easing, di cui è stata appena annunciata la fine. Gli effetti positivi ottenuti grazie a un cambio dell'euro più basso e al conseguente sostegno all'export, nonché grazie ai bassissimi tassi d'interesse sono stati stimati, fin qui, in circa un punto e mezzo di prodotto in più per l'Italia. E la stampella per la crescita, rappresentata dalla politica monetaria ultra-accomodante, non verrà meno completamente, come ha spiegato Mario Draghi. Gli interessi resteranno ai livelli attuali almeno fino all'estate del 2019 e il presidente della Bce ha comunque al suo arco la freccia della politica di reinvestimento dei titoli in scadenza.

Però è ora la fiscal policy dei singoli paesi e il loro merito di credito ciò che viene in primo piano. Da questo punto di vista, un rischio di rialzo dei tassi e di conseguenti maggiori oneri per il bilancio pubblico, più che dalla fine del Qe è rappresentato dalla volatilità dei mercati finanziari e dalle incertezze della politica economica. L'economista Carlo Cottarelli ha calcolato che se i tassi d'interesse salissero stabilmente dell'uno per cento (così com'è avvenuto quando lo spread con i bund tedeschi è cresciuto oltre i 300 punti base) avremmo un costo aggiuntivo del debito pubblico pari a 800 milioni per quest'anno e a 3,7 miliardi di euro l'anno prossimo. E' essenziale, quindi, non dare ai mercati l'impressione di voler travolgere tutte le regole europee, dilatando in un sol colpo il deficit di 5 punti di Pil, come si evinceva dai programmi elettorali dei due partiti della maggioranza di governo. A Riga, Draghi ha esortato a non distruggere, magari solo con le parole, quel che è stato fatto con tanti sacrifici. Nanni Moretti tradurrebbe: non continuiamo a farci del male.

© Riproduzione riservata