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Dagli investimenti pubblici forte spinta alla crescita, ma non gratuita

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la simulazione del cer

Dagli investimenti pubblici forte spinta alla crescita, ma non gratuita

Uno dopo l'altro i maggiori centri di previsione stanno ritoccando al ribasso le loro stime di crescita per l'anno in corso: le tensioni finanziarie sui mercati, l'incertezza legata alle guerre tariffarie nonché l'aumento del prezzo del petrolio sono altrettanti elementi in grado di rendere troppo ambizioso il target dell'1,5% di crescita per quest'anno contenuto nel Def tendenziale del precedente Governo.

Il nuovo responsabile di via XX Settembre, Giovanni Tria, ha battuto ripetutamente sul tasto degli investimenti pubblici, da rilanciare innanzitutto sbloccando i residui attivi degli enti territoriali, nella convinzione che proprio gli investimenti pubblici, drasticamente calati in Italia (si è passati dai 59 miliardi del 2009 ai 34 miliardi del 2017) possano essere un importante volano di sviluppo, nel momento in cui il sostegno della politica monetaria ultra-accomodante sta per esaurirsi.

Non tutti gli economisti si sono detti d'accordo. Così, ad esempio, Carlo Cottarelli sostiene che i vantaggi di questa ricetta sarebbero molto limitati, soprattutto se l'aumento di spesa per investimenti fosse finanziato in deficit o se la previsione di un aumento di Pil derivante dai maggiori investimenti fosse utilizzata per finanziare l'incremento di spesa corrente implicito nel contratto del governo giallo-verde. Al contrario, Jean Paul Fitoussi è assolutamente certo che sia proprio questo il momento giusto per il rilancio degli investimenti pubblici (non solo infrastrutture ma anche nuove tecnologie), giacché l'effetto- moltiplicatore ha un impatto più forte sul Pil quando il tasso d'interesse e l'inflazione sono bassi; e quando, come nel caso italiano, il periodo trascorso senza fare investimenti pubblici è assai lungo.

GLI SCENARI

Chi ha ragione? Il Sole-24 Ore ha chiesto al Cer di realizzare una simulazione per valutare l'impatto sul livello dell'attività produttiva di un incremento degli investimenti pubblici pari a un punto di Pil. Il risultato, nel breve termine, non sarebbe miracoloso ma nemmeno da buttar via (vedi tabelle). Con un'iniezione da 17 miliardi di investimenti pubblici (che abbiano comunque anche un impatto sulla tecnologia per migliorare la produttività, tallone d'Achille della nostra economia) il livello del Pil italiano salirebbe nell'arco di due anni di uno 0,7 per cento di prodotto nominale e di uno 0,6 del Pil reale. Nel 2019 si potrebbe dunque contare su una crescita dell'1,7 per cento e nel 2020 su un aumento di Pil pari all'1,2 per cento.

Secondo gli economisti del Cer, peraltro, due anni non sarebbero sufficienti a ottenere una modifica forte del Pil potenziale del paese. E proprio da qui nascerebbero i problemi sul fronte dei conti pubblici. L'aumento degli investimenti pubblici, infatti, non si autofinanzia se non in piccola parte. Ma se sul versante dell'indebitamento netto le conseguenze non sono troppo gravi (il rapporto deficit/Pil salirebbe nel 2019 dello 0,8 e dello 0,7 nel 2020 lasciando comunque il rapporto al di sotto del tetto del 3 per cento) a risentirne sarebbe il parametro del deficit strutturale, quello tenuto in maggiore considerazione a Bruxelles. Quest'ultimo nel 2019 salirebbe di un punto, portandosi al 3,4 per cento. La “colpa” sarebbe dell'output gap, che migliorerebbe di ben 0,4 punti percentuali, per via dello scarso incremento del Pil potenziale, una variabile che si modifica a fondo solo nel medio periodo.

Morale: quella degli investimenti pubblici è una ricetta molto efficace per la crescita, ma non è una misura gratuita. Occorre finanziarla, magari con una ricomposizione del prelievo fiscale che dia più peso alle imposte indirette. Proprio come consigliano gli esperti del Fondo monetario: secondo uno studio dedicato all'Italia, infatti, un intervento articolato e basato su una riforma fiscale che renda il prelievo meno distorsivo, (attenuando il cuneo fiscale) e su una ricomposizione della spesa pubblica (meno spesa corrente e almeno mezzo punto in più di investimenti), potrebbe produrre, nell'arco di dieci anni, un'espansione di lungo periodo pari a 2 punti e mezzo di Pil in più.

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