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Perché le politiche di reinserimento dei disoccupati funzionano male

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studio dell’Osservatorio consulenti del lavoro

Perché le politiche di reinserimento dei disoccupati funzionano male

In Italia, i provvedimenti di sostegno all’occupazione per chi ha perso un lavoro rischiano di non essere efficaci. E nemmeno l’assegno di ricollocazione, diventato operativo nel maggio scorso e con un numero potenziale di fruitori che è di poco inferiore al milione di disoccupati, potrebbe migliorare una situazione che ci vede penalizzati rispetto a altri Paesi europei come Francia e Germania. E la causa non sta nell’efficacia delle norme che hanno il fine di ricollocare gli ex lavoratori attualmente disoccupati ma, come spesso capita in Italia, nella difficoltà ad applicarle al meglio.
È quanto si deduce da uno studio dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, presentato durante il Festival del Lavoro a Milano, che analizza la platea dei possibili fruitori dell’assegno di ricollocazione, diventato operativo nel maggio di quest’anno dopo circa due anni di sperimentazione.

Come funziona

L’assegno di ricollocazione si propone di aiutare chi è rimasto disoccupato a ricercare una nuova occupazione. È riservato a parte degli ex lavoratori che usufruiscono del Naspi (indennità di disoccupazione). Ha un importo complessivo che va da 250 a 5.000 euro, spendibili in formazione o altri ausili che consentono una più facile ricollocabilità dell’ex dipendente, e viene calcolato in base a diversi parametri: dal curriculum e dalla storia professionale del candidato alla sua “distanza” (non in senso fisico, ma di competenze) dal mercato del lavoro. L’assegno non è erogato direttamente al disoccupato ma passa per i centri per l’impiego pubblici e da soggetti privati che sono autorizzati a fornire servizi di ricollocazione, che ricevono dallo Stato il rifinanziamento del contributo erogato all’ex lavoratore una volta che questo è stato assunto con contratto a tempo indeterminato, anche in apprendistato, o a tempo determinato, ma con durata maggiore o uguale a 6 mesi.

SPESA PER SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE NEL 2016

I centri per l’impiego sono sottodimensionati
Tuttavia, i centri per l’impiego nel nostro Paese non riescono a far fronte alle esigenze di un mercato del lavoro instabile e di strumenti che, se pur concettualmente efficaci come l’assegno di collocamento, richiedono, per essere erogati, di analisi precise sia del possibile fruitore sia del mercato del lavoro. In Italia, infatti, i servizi pubblici per il ricollocamento non riescono a rispondere

alla platea interessata all’assegno principalmente perché sono sottodimensionati. Basta pensare al fatto che nel nostro Paese si spendono circa 750 milioni di euro all’anno per coprire i costi di meno di 8.000 dipendenti dei centri pubblici per l’impiego, mentre in Francia gli addetti sono 50.000, con una spesa di 5,5 miliardi di euro, e in Germania sono 110.000, con un investimento che arriva a 11 miliardi di euro.

Politiche attive vs. politiche passive
Queste situazione porta di fatto, nel nostro Paese, a uno sbilanciamento verso l’utilizzo di politiche passive dell’occupazione, cioè a quei sostegni erogati ai disoccupati che non prevedono un’attivazione dell’offerta o della domanda, ma

si limitano ad offrire dei sussidi a chi è disoccupato. Le politiche attive contemplano invece le spese in formazione e aggiornamento professionale degli ex dipendenti, gli incentivi alle assunzioni a tempo determinato e indeterminato, quelli per l’inserimento occupazionale dei disabili, per incentivare lavori socialmente utili e per la creazione di startup costituite da disoccupati. E questo sbilanciamento continua a esserci nonostante l’alto peso complessivo sui costi per lo Stato delle politiche passive, che raggiungono i 17 miliardi di euro all’anno (il 74% del totale, inclusi i contributi figurativi, cioè gli accrediti pensionistici erogati da enti come l’Inps anche a chi non ha un lavoro), mentre quelli delle politiche attive si fermano a 6 miliardi di euro. Inoltre, circa la metà della spesa per le misure attive è assorbita dagli incentivi all’assunzione e solo il 12% in misure attive di tipo diverso, quasi completamente rappresentate dalle spese in formazione. Questa percentuale del 74% in politiche passive è nettamente superiore rispetto a quelle di Francia e Germania, rispettivamente del 66% e del 58%. Con, come conseguenza, una ben maggior disponibilità di risorse a disposizione di Francia e Germania per le politiche attive. Che, alla fine, sono quelle che servono realmente ai disoccupati per trovare un nuovo lavoro.

CONFRONTO FRA LE SPESE PER LE POLITICHE DEL LAVORO
Spesa complessiva per le politiche del lavoro nel 2015 in Italia, Germania e Francia, per servizi, misure di politiche passive e attive, a loro volta distinte fra incentivi all'assunzione e politiche di attivazione. Valori percentuali. (Fonte: elab. Osservatorio statistico Consulenti del Lavoro su dati Eurostat)

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