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Cottarelli, la bufala dell’austerità e i moltiplicatori da libro…

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Analisi

Cottarelli, la bufala dell’austerità e i moltiplicatori da libro dei sogni

L'austerità italiana è iniziata nel dicembre 2011 ed è finita nel 2012. Da allora, il ritorno di governi politici ha riportato in campo una politica moderatamente espansiva. Ma senza la cura-Monti, fatta di riforma delle pensioni, Imu e tagli per 2,4 punti di Pil (quasi 40 miliardi di euro) oggi il debito pubblico sarebbe vicino al 142% della ricchezza nazionale, e non intorno al 131 per cento.

I numeri chiave
L'Osservatorio dei conti pubblici della Cattolica, diretto da Carlo Cottarelli, ha pubblicato questa mattina lo studio che l'ex commissario alla spending review (ed ex presidente del consiglio incaricato) aveva annunciato nei giorni scorsi alla presentazione delle previsioni economiche del Centro studi Confindustria per smontare «la bufala dell'austerità che ha aumentato il debito». E come spesso capita alle analisi dell'Osservatorio della Cattolica, grafici e tabelle mettono i piedi nel piatto sui temi più caldi dell'attualità stretta di politica economica.

In pratica, lo studio prova a rispondere alla domanda: è vero che a far crescere il debito pubblico dal 117% del Pil del 2011 al 130,8% previsto a fine 2018 è stata la lunga stagione di austerity («chiesta dall'Europa», come si chiosa di solito), e che senza la quaresima fiscale il Pil italiano sarebbe volato libero alleggerendo il problema del debito? La risposta data da Cottarelli, e da Silvia Gatteschi che ha coordinato l'analisi, è secca: no, perché l'austerità è durata 12 mesi scarsi, e senza quell'intervento il debito sarebbe cresciuto ancora di più rispetto a un Pil che aveva cominciato a scendere ben prima dell'arrivo di Monti a Palazzo Chigi (nell'ultimo trimestre 2011, in un'Italia ancora priva del decreto salva-Italia entrato in vigore il primo gennaio 2012, il Pil fece segnare un tendenziale annualizzato di -4%).

I moltiplicatori

In politica economica le analisi contro-fattuali sono spesso scivolose, ma in questo caso gli economisti della Cattolica non hanno fatto altro che “togliere” dalle dinamiche di finanza pubblica i moltiplicatori calcolati dal ministero dell'Economia per le varie misure approvate dal governo Monti (e dalla sua maggioranza parlamentare, la più larga della storia recente). Le previsioni ufficiali dei Def, infatti, si basano sul calcolo degli effetti positivi e negativi sulla crescita ( i moltiplicatori, appunto) prodotti dagli aumenti e dai tagli fiscali, o dagli aumenti e dai tagli di spesa pubblica.

La spesa aumenta il debito, più del Pil
Numeri alla mano, insomma, è vero (è ovvio) che gli aumenti di tasse e i tagli di spesa hanno frenato il Pil, perché hanno ridotto la domanda aggregata. Ma il loro effetto si è sentito in modo più consistente sulla riduzione del deficit, e quindi sulla dinamica di un debito pubblico che senza quella briglia sarebbe salito ancora più in alto. Anche perché sfortuna vuole che i moltiplicatori delle misure espansive, cioè il loro effetto sui tassi di crescita del Pil, si riducono nel tempo, se non intervengono ulteriori tagli fiscali o nuova spesa pubblica aggiuntiva. Il lavoro del deficit in crescita, invece, è costante, e aggiunge in modo strutturale un pezzo di debito ogni anno. Senza contare, aggiunge il dossier, che con un debito pubblico indirizzato verso il 140-145% del Pil la Bce difficilmente avrebbe potuto mettere in campo gli strumenti non convenzionali di politica monetaria che hanno tenuto bassi gli interessi sui nostri titoli pubblici. I tedeschi e i loro alleati, che già hanno digerito a fatica il Qe, avrebbero avuto gioco facile a frenare qualsiasi sostegno anche indiretto a un debito italiano giudicato ormai fuori controllo.

Grazie a Draghi

Proprio alla Bce, mostra un altro grafico targato Cattolica, si deve l'unica misura che ha permesso una riduzione sostanziale del deficit negli ultimi anni, grazie alla spesa per interessi messa in freezer dalla politica monetaria. Per il resto, l'austerità è rimasta confinata alla polemica politica, abbandonando subito i numeri veri della finanza pubblica e di un avanzo primario che non ha più raggiunto i livelli (poco sopra il 2%, niente di eccezionale) del 2012. A frenare il Pil e gonfiare il debito, insomma, non sono state le braccia troppo corte dei governi, ma il deficit di competitività e di produttività accumulato dall'economia italiana e indicato dalla dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto.

Il sogno del deficit spending
Con una macchina così ingolfata, anche l'effetto delle politiche espansive è destinato a spegnersi. Per tenere il debito a livelli 2011 senza la stretta fiscale di Monti, calcola l'Osservatorio, bisognerebbe applicare dei moltiplicatori superiori a 3, ipotizzando cioè che ogni euro di spesa pubblica o di tagli fiscali produca più di 3 euro di Pil: numeri che però si trovano nei libri dei sogni più che in quelli di scienza delle finanze.

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