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Innovazione, a Potenza il vento nuovo delle start up

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l’altro mezzogiorno/ 2

Innovazione, a Potenza il vento nuovo delle start up

A Potenza si arriva dalla Salerno-Reggio Calabria percorrendo il raccordo di Sicignano. Cinquanta chilometri teoricamente a quattro corsie, ma che per lunghissimi tratti diventano un solo senso di marcia. In questo momento ci sono tre cantieri aperti, ma i potentini assicurano che la situazione è tal quale da più di dieci anni.

Sui viadotti che si inerpicano fino agli 819 metri di Potenza le auto procedono lentamente. I camion che trasportano le merci e i semilavorati degli stabilimenti delle tre aree industriali che si trovano lungo il percorso – Balvano, Tito e Potenza stessa – vengono dirottati sulla via Appia, la consolare percorsa dai romani. Quattro ore di marcia in più.

Intorno a Potenza il panorama è sorprendente. Pale eoliche ovunque. Non c'è punto della città da cui non si vedano in azione. Se si percorre la strada per Avigliano si costeggiano 17 chilometri di impianti senza soluzione di continuità. Il Paradiso della pala eolica in una Regione in cui un “ambientalismo di maniera con venatura spiccatamente anti-industriale”, come lo definisce Carmine Vaccaro, il segretario regionale della Uil, conduce una battaglia senza quartiere ai giacimenti Eni di Viggiano, nella Val d'Agri, 40 chilometri a Sud di Potenza, e a quelli di Tempa Rossa di Total, nella valle accanto. Una legge regionale, con il colpevole silenzio-assenso di molti Comuni, ha consentito la costruzione di parchi eolici di potenza inferiore a un gigawatt a fronte di un piano energetico regionale del tutto carente. Un mini-parco eolico accanto all'altro, e altri ne verranno, che sta cambiando il volto della regione. Senza un piano strutturato, senza una vera ragione economica.

Rapporto Svimez: il Sud rialza la testa, ma restano le emergenze sociali

Eppure, nonostante le carenze infrastrutturali e la navigazione a vista - l'ultimo accordo di programma Regione-Confindustria-sindacati, Obiettivo Basilicata, è del 2012 - la Basilicata ha gli indicatori economici migliori del Mezzogiorno. Il ritmo di crescita più sostenuto, il reddito pro-capite più alto, la disoccupazione più bassa (il 13,9% nel 2017, molto vicina a quella italiana, 11,2%, contro una media del Sud del 19,28%). Un'economia a trazione Fca-Eni-Shell, non c'è dubbio, se si considera che la multinazionale di Torino impiega a Melfi 7.500 dipendenti (che arrivano a circa 9mila con l'indotto) sui 141mila dell'intera regione e contribuisce per l'80% agli oltre 3,5 miliardi di esportazioni. L'Eni e la Shell, a loro volta, hanno distribuito al territorio fino a 200 milioni di royalties nel 2013, l'anno d'oro delle quotazioni del greggio e delle estrazioni (nel 2017 sono stati 49 per effetto del crollo dell'attività nel 2016).
Secondo i dati elaborati dalla Svimez per il Sole 24 Ore, Potenza è la provincia del Mezzogiorno con la più alta percentuale di start up (15,37 su mille imprese) ma ha anche il record di spopolamento (5,67% di residenti in meno tra il 2002 e il 2017). Le proiezioni della stessa Svimez prevedono che l'intera Basilicata è destinata a perdere circa la metà dei suoi 490mila abitanti entro il 2030. Un paradosso e nello stesso tempo un'ulteriore spia accesa sul Sud abbandonato anche nelle aree più dinamiche.
“Dopo la crisi – dice il presidente di Confindustria Basilicata Pasquale Lorusso – si sono acuiti i processi decisionali, soprattutto dei giovani. Molti scelgono di andare fuori regione, soprattutto per studiare, e poi non tornano. Chi rimane, invece, comincia timidamente a vedere nell'attività imprenditoriale una prospettiva. Ma dobbiamo fare molto per far crescere la cultura d'impresa, aumentare le competenze specifiche, mettere in rete le piccole e medie imprese del territorio per fare massa critica”.
Tra le multinazionali e lo startappismo, favorito anche dai fondi europei e da bandi regionali ben congegnati, c'è un vuoto che potrebbe essere colmato. “La fornitura e subfornitura delle multinazionali è di basso livello”, dice Pierluigi Argoneto, 40 anni, coordinatore di T3 Innovation, “Nel settore energia non ci sono imprese lucane che arrivano alla bocca dei pozzi. Nell'automotive c'è qualche impresa al secondo livello di fornitura, nessuna al primo livello”. T3 Innovation è un osservatorio privilegiato sul mondo delle Pmi. La società, partecipata da Pwc, Politecnico di Torino, Google e Reti ha vinto il bando della Regione per il trasferimento tecnologico alle imprese. E' operativa da settembre e finora ha elaborato piani di consulenza per un centinaio di imprese dei settori automotive, aerospazio, biotech, cultura e energia, quelli considerati strategici dal bando. “Tra le start up esaminate - spiega Argoneto - abbiamo trovato molte idee interessanti, ma estemporanee, spesso nate fuori dai percorsi ricerca-università. Materiale su cui si può lavorare anche per suggerire alla Regione l'adozione di strumenti di intervento mirati sulle esigenze delle imprese”. T3 Innovation ha la sede all'interno dell'Università e ha un mandato di tre anni. L'obiettivo è visitare 500 imprese e avviarle all'innovazione.
A poche centinaia di metri da T3 Innovation, Francesco Perone, un ingegnere di 39 anni, ha fondato con altri sette soci Godesk, uno spazio di condivisione di esperienze che è diventato un incubatore di imprese. Perone è l'account manager di Liberbit, una società con un fatturato di 2,5 milioni di euro e 40 dipendenti che fornisce processi in cloud alle pmi. “Godesk è un tentativo, raro in Basilicata, di condividere e mettere a sistema esperienze di innovazione. Siamo attivi dal 2015. Da qui sono passate oltre 50 imprese, alcune delle quali sono storie di successo”. Perone ne elenca alcune. Medea di Vincenzo Telesca, attiva nella telemedicina. Domec di Antonio Sorrentino, che opera nel settore dei sistemi innovativi di pagamento. PickMeApp di Luciana De Fino, azienda del settore della mobilità sostenibile. Negli spazi di Godesk oggi lavorano i designer di LeQuadre, borse d'autore disegnate da Damiana Spoto e prodotte nei laboratori della Basilicata. Sono alle prese con la spedizione di un bancale di merce in Cina. “Il fenomeno più interessante di questi anni - dice Perone - è stata l'adozione di alcune di queste imprese da parte di Pmi più solide e strutturate che hanno trasferito alle start up le loro esperienze e competenze, anche il loro merito di credito bancario. Un esempio per tutte è il caso di Eurecart, una start up per la consegna della spesa a domicilio, sostenuta dal gruppo Mhp, uno dei più solidi del territorio”.

Il Rapporto di Banca d'Italia sull'economia regionale nel 2017 mostra i primi segnali di questa tendenza. L'occupazione, in lieve calo dopo tre anni di forte crescita, regge grazie soprattutto alla domanda delle imprese fino a nove dipendenti (è il 56% del totale). Lo stesso Rapporto segnala un dato preoccupante: le assunzioni di personale laureato sono inferiori alla media nazionale e del Mezzogiorno nonostante la quota di laureati tra il 2006 e il 2016 sia aumentata del 3,7%. Ma settemila laureati hanno lasciato la regione, una quota di migrazione più alta della media nazionale. Antonio Candela, un ingegnere di 35 anni, è il direttore di Comincenter “un incubatore di persone”, come definisce la sua azienda. Formazione e placement (gestisce anche il servizio per l'Università) sono le attività che svolge nella ex stazione delle Ferrovie Appulo Lucane di Matera ristrutturata e all'interno del campus universitario di Potenza. “Cerchiamo di convincere i giovani lucani a tornare. Ci sono grandi competenze e molte risorse non sfruttate. Non abbiamo bisogno di nuovi Bill Gates ma di utilizzare le risorse del territorio, dal turismo all'artigianato”.
La diaspora lucana sta diventando impetuosa. Basta fare una passeggiata al tramonto in via Pretoria, la strada dello struscio di Potenza, per rendersi conto che si vedono solo teenagers e ultracinquantenni. Eppure la sensazione di molti è che ci sarebbero le potenzialità per riprendere la crescita post-crisi (nel 2006 il Pil regionale è cresciuto del 9%). Il sindaco di Potenza Dario De Luca ha sul tavolo un progetto dell'Università della Basilicata per o sfruttamento del legno di cerro. “Non capisco -dice - perché non possiamo sfruttare il nostro bosco come il Trentino Alto Adige e non capisco perché il progetto sia arrivato sul mio tavolo…”
Il tema che riemerge è quello della mancanza di programmazione, dell'assenza della concertazione. Carmine Vaccaro, oltre che segretario regionale della Uil è un dipendente Fca a Melfi. Lancia tre idee precise: “Chiediamo a Fca di far produrre in Basilicata 20 dei 120 pezzi che servono per costruire una Jeep Compass, l'auto che a Melfi sostituirà la Punto. Abbiamo dimostrato di essere affidabili. Melfi è lo stabilimento automotive più efficiente d'Europa, sforna una macchina ogni 96 secondi, 78 vetture per dipendente all'anno. Chiediamo all'ad di Eni Descalzi di sedersi a un tavolo e di discutere con noi dei tre miliardi di investimento che era disposto a fare in Basilicata per far ripartire l'estrazione bloccata dagli ambientalisti. Chiediamo alla Regione se vuole sfruttare acqua e bosco, oltre all'energia”.
Il non detto che emerge in ogni conversazione è che imprenditori, sindacalisti e politici abbiano la sensazione di essere a un bivio e la certezza che la strada verso uno sviluppo da Pianura Padana sia non meno percorribile di quella del precipizio di un Mezzogiorno abulico.

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