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Trattativa Ue: margini sul conto capitale, non sul fisco

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L'Analisi|L’analisi

Trattativa Ue: margini sul conto capitale, non sul fisco

Se pur con diversi approcci al suo interno, il Governo pare orientato a puntare a una nuova, robusta iniezione di flessibilità già con la prossima legge di Bilancio. Lo imporrebbe la logica dei numeri: tra clausole Iva da disinnescare (12,4 miliardi), spese indifferibili da rifinanziare (3-4 miliardi) e correzione dei conti (10-11 miliardi da contrattare) il margine a disposizione per onorare i due punti di forza del “contratto di governo” (Flat tax e reddito di cittadinanza ma anche il superamento della legge Fornero) si riduce a zero. Ma quali spazi reali potrebbero aprirsi? Partiamo da un dato. Tra il 2015 e il 2018 è stata concessa flessibilità per 29,7 miliardi, utilizzati per neutralizzare le clausole di salvaguardia (l’aumento automatico di Iva e accise), agire sul deficit pur restando all’interno del tetto massimo del 3%, ma anche per finanziare nuove spese. Scorporati per voci ecco quanto è stato concesso. Circa 4,1 miliardi per gli effetti del ciclo economico, 8,4 miliardi per riforme strutturali, 3,5 miliardi per investimenti. Vi si aggiungono 4,3 miliardi per l’emergenza migranti, 1 miliardo per la sicurezza, 3,1 miliardi per gli eventi sismici e 5,3 miliardi di “maggiore discrezionalità” sul versante del deficit. Va rilevato che la clausola sugli investimenti è stata accordata nonostante nel 2016 non si sia registrato un effetto “incrementale” rispetto al 2015 come richiesto dalla “condizione di additività”. Perplessità sono emerse anche rispetto alla decisione del governo Renzi di inserire tra le spese per la sicurezza il bonus di 500 euro per i neo diciottenni. E ora a quali spazi di manovra il governo intende riferirsi? Se opportunamente presentato e sostenuto in sede di trattativa con Bruxelles, si potrebbe provare a spuntare un ulteriore 0,3% per gli investimenti con la procedura del cofinanziamento. Poco più di 5 miliardi. Il resto dipenderà dall’ulteriore eventuale margine aggiuntivo da concordare sul fronte del deficit, in relazione al nuovo target che sarà definito a fine settembre con la Nota di aggiornamento al Def. A conti fatti, non si tratterebbe di cifre in grado di coprire il costo degli impegni contenuto nel contratto di governo, pari a oltre 70 miliardi con riferimento ai costi a regime di Flat tax e reddito di cittadinanza. Si potranno tra Roma e Bruxelles valutare i costi annuali delle due riforme spalmati su un quinquennio, e stabilire in che misura Flat tax e reddito di cittadinanza possano contribuire ad elevare il potenziale di crescita dell’economia. Si inciderebbe in tal modo nel calcolo dell’output gap, su cui si calcola il deficit strutturale. Si potrebbe in sostanza ottenere uno sconto (Bruxelles chiede di intervenire nel 2019 per lo 0,6% del Pil), a fronte dell’incremento del Pil atteso dalle due riforme. Del resto non è nell’interesse di Bruxelles esasperare in questa fase il confronto/scontro con Roma. Pur con queste premesse, pare arduo aprire il vaso di Pandora della flessibilità nel suo complesso. Si dovrebbe metter mano ai Trattati che non prevedono né la “golden rule” per gli investimenti né l’esclusione dal calcolo del deficit degli stanziamenti necessari a finanziare misure di sostegno al reddito. Le risorse per finanziare i punti qualificanti del programma vanno individuate in casa nostra. Come? Con un attento e progressivo programma di riqualificazione della spesa (in un orizzonte di legislatura) e con una vera, incisiva lotta all’evasione fiscale.

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